Una parte di mondo.

C’è chi vuole il ponte sullo stretto di Messina,
c’è chi spara in una chiesa
c’è chi va in piazza per la famiglia tradizionale
(una bella accozzaglia)
c’è chi odia le donne
(stessa accozzaglia di prima)
c’è chi prende l’auto e investe gente a caso
c’è chi vuole le ruspe contro i rom
c’è chi vorrà i carri armati
(è già successo)
c’è chi asfalta
e chi si fa di bamba
c’è chi mette sullo stesso piano spazzatura
esseri umani e topi
c’è chi vuole frontiere muri reti e spine
c’è chi brucia i libri
(e dai libri alle persone il passo è breve)
c’è chi vuole sangue misto a terra
c’è chi vuole gas e pugni e manganelli
c’è chi vuole l’orrore e
c’è un mondo lì fuori
o almeno una parte di mondo
che fa schifo
c’è che una parte di mondo mi fa schifo.

Una parte di mondo.

Scaramouche, #teatro e rivolta.

Ciò che segue è un omaggio all’attore Leo Modonnét – e alla maschera di Scaramouche – le cui gesta sono narrate ne L’Armata dei sonnambuli. Ogni somiglianza a fatti e/o persone è da ritenersi casuale, per quanto la situazione teatrale italiana renda verosimile e plausibile ciò che è qui narrato. Buona lettura.

***

– Allora, fine prova sul palco!, dice tirando giù sul petto la maschera di Balanzone. Tutti in camerino e ancora mezz’ora per la prova costume, poi ci si rivede alle 14:00.
– Scusa, siamo sul palco da tre ore e mezza e non abbiamo fatto neppure una pausa. Ora anche la prova costume e non possiamo neppure andare a mangiare… Ma… almeno una firma in più?
– E no. Lo sapete, niente. Non ci sono soldi.
– …
– E poi non lo dovete dire a me.
– A chi se non a te? Sei il nostro ehm… referente, o no?
– Per queste cose ci sono i sindacati… che ne hanno già parlato con la direzione.
– Eh?
– E la direzione dice che di questa faccenda “non gliene frega niente”.
– …

La frase raggiunge l’orecchio dell’attore,  rimbalza sulle pareti del condotto uditivo e si schianta sul timpano con violenza. Reagisce scuotendo la testa e smozzicando un paio di bestemmie. Va via lasciando il panzone fermo lì sul proscenio con la maschera calata sul petto. Attraversa il palcoscenico con la frase ancora in testa, va dietro le quinte, prende la sua maschera e il bastone di scena, passa dietro il fondale e raggiunge il camerino.
Entra nel bagno, si lava la faccia e sputa un grumo di saliva e polvere di palcoscenico. Si asciuga la faccia. Esce dal bagno e va verso i colleghi.
– Ragazzi, scusate un attimo, ho parlato col panzone a fine prova, ho detto che avremmo diritto almeno una firma in più… ma qua se parla uno solo non succede nulla. Niente.

Brusii e occhi sbarrati.
Qualcuno dice che in effetti è uno schifo, che non abbiamo neppure mangiato e ora anche la prova costume e io me ne vado, dice un altro, mica mi possono obbligare. E qualcun altro dice che è un delirio, che è sempre peggio, che stiamo lavorando per 4 euro l’ora e quindi vaffanculo.
Arriva la sarta con i costumi, si guarda in giro, ascolta in silenzio e poi dice – capisco. Arriva nei camerini il regista e… ragazzi – dice – vi capisco. Fate come volete, che vi devo dire? Se non potete provare i costumi ci vediamo oggi pomeriggio e poi martedì alla generale li indosserete come potrete. Come dobbiamo fare? Qua la situazione è allucinante. Non dipende da me.

E intanto si continua a discutere.
C’è chi la prova vuol farla comunque e il problema è che dicono sempre – da anni – che “non gliene frega niente” di chi sta sul palco. E questo mette le palle in giostra a parecchi. E intanto fino a pochi anni fa anche le prove costume erano regolarmente pagate. Ora hanno aumentato la produzione, diminuito le recite, annullato le assunzioni. Ora devono risparmiare e lo fanno su di noi, mica su altro. Non su chi intasca sia uno stipendio che un cachet, non su chi sta dietro una scrivania e poi mette il suo nome in cartellone sotto un titolo.

Il problema quindi siamo noi che lavoriamo sul palco. Costiamo, dicono, e se vuoi lavorare devi aprire la partita iva. Scaricano su di noi i loro costi. Risparmiano su di noi non sull’esercito di assistenti in direzione, non sui tre direttori, non sulle produzioni mediocri, no – pensa guadando la maschera di Scaramouche – no risparmiano su di noi. Boia d’un dio.
Indossa la maschera col rostro e poi il costume. La sarta lo guarda sorridendo.

– Sei a dieta.
– No, veramente no.
– Te lo dico io, sei a dieta.
– Va bene. Fatto?
Infila una mano nei pantaloni, aggiusta la camicia.
– Sì, così va bene.

Torna la compagnia sul palco dopo la prova costume e mezz’ora di pausa. C’è chi chiacchiera, chi si riscalda, chi ripassa la parte. L’attore che interpreta Scaramouche sta ripassando i movimenti della lotta. Un passo a due con lo spirito di Marat.
Si avvicina il panzone.
– Sai se qualcuno è andato in direzione a lamentarsi?
– Scusa?
– Sai chi è andato in direzione?
– No.
– Qualcuno ha fatto casino ed è andato a lamentarsi della firma per la prova costume.
– Non ne so niente. Dopo aver parlato con te sono andato nei camerini a parlare con i colleghi, questo sì.
– E qualcuno si è lamentato col regista.
– Il regista era già lì per la prova.
– …
– Allora?
– Perché se c’è da lamentarsi devi farlo con me.
– Sono venuto da te e mi hai detto che dalla direzione se ne fregano.
– E c’era da andare da Mr. X.
– E sei andato tu?
– No.
– E allora?
– Perchè dalla direzione hanno fatto il culo a Mr. X e lui è venuto da me e mi ha fatto il culo e…
– E tu ora vuoi incazzarti con me? Caschi male. Se Mr. X vuole sapere qualcosa venga a chiedermela lui.
– Dalla direzione sono incazzati.
– E no, siamo noi che siamo incazzati. Siamo noi che dovremmo andare in direzione e fare un casino che non finisce più. Non so se mi spiego.

Il panzone si allontana.
Il nostro attore riprende da dove era stato interrotto, afferra lo spirito di Marat e ripete i movimenti dapprima lentamente poi con velocità crescente. Poi indossa la maschera di Scaramouche e raggiunge il gruppo di colleghi, riprende la prova.
Provano, provano e provano in continuazione, fino allo sfinimento, scene vecchie e nuovi movimenti. Cambiano ciò che non funziona, le parti recitate male sanno di teatro vecchio, morto, riprovano gli ingressi e le uscite ascoltando la musica, seguendo i movimenti dei praticabili, dei carri che trasportano le scene, dei cambi luce. Provano seguendo una partitura scenica che viene corretta, perfezionata di prova in prova. Un lavoro da non credere. Intanto dietro le quinte gira un foglio.

Riunione sul palcoscenico:
– Questi baracconi dovrebbero chiuderli.
– Accozzaglia di burocrazia.
– Sì ma i tecnici sono in gamba
– Di più, ma che scherzi?, se non ci fossero loro qua sarebbe un casino…
– ‘U pisce puzza sempre da capu, disse ‘a mi nonna.
– Eh?
– Va beh, abbassate la voce che il panzone si sta avvicinando.
– ‘afammocc

Arriva anche all’attore che indossa la maschera di Scaramouche, alcune firme sono già lì nero su bianco.
– E questo?
– Firma dai.
– Cos’è?
Fa spallucce, Balanzone, e porge la penna.
In testa al foglio firma c’è un orario che corrisponde alla prova costume.
– Quindi si fa così. E non se ne parla, si dà il contentino e non cambierà niente. Vero?
Scarabocchia una sigla e il panzone si riprende la penna.
Si fa così vero?
Passa dietro le quinte.
Incrocia Mr. X, che a differenza del solito non saluta.
Tutto molto chiaro.

Stacco.

Fine prova
Camerini, interno giorno, luci al neon.

Scaramouche:
Ascoltatemi signori!
L’ora è giunta.
Non solo siamo sfruttati, quattro euro l’ora ci pagano – lo sapete – e non contenti pretendono che si resti zitti, muti e in silenzio perché – dicono – se non ci sta bene ce ne possiamo andare. Ché lì fuori ci sta una schiera, un’armata, di attori mortidifame che non vede l’ora di poter stare su un palco.
E se qualcuno va a chiedere il perché e il percome il suo nome viene messo su una lista e qui dentro non ci lavora più.
– È così o no?
– Sì porcoddue.
– Ecco, e non contenti ci dicono che a loro “non gliene frega niente”, e no cazzo.
– Ci hanno fatto firmare un foglio ma nessuno è venuto a parlare, è un contentino.
– Cambierà un cazzo.
– ‘afammocc!

Si fa avanti una ballerina col costume di Colombina.
– Io ho lavorato qua come co.co.pro anni fa, 600€ lorde al mese, lavoravamo anche 10 ore. Alla fine del periodo di lavoro si fece un convegno per la presentazione del lavoro e arrivò un assessore, c’era tutta la direzione del teatro… insomma arriva e fa: allora, ve lo siete mangiato tutto il milione di euro che vi hanno dato per questa faccenda? Come “un milione”? faccio io. Ci avevano detto che erano solo trecentomila per tutto il progetto e quindi non ci potevano pagate di più. E sapete che ha fatto l’assessore?
– Cosa?
– S’è messo a ridere.
– …
– Se non rispettano il nostro lavoro allora non rispettano neppure il lavoro degli elettricisti, dei macchinisti, del regista. E allora che ci stiamo a fare? O tutto il lavoro merita rispetto o allora niente lo merita.
– Essì cazzo.
– Torniamo sul palco e facciamo casino.
– Tutti sul palco!
– Sì, tutti sul palco adesso che c’è la conferenza.
– Con le barufffe chiozzotte non si fa una rivoluzione, diocane.
– Sciopero!
– Facciamo sciopero e si fotta la direzione.

Un gruppo di maschere incazzate e ghignanti si precipita fuori dai camerini. In mano hanno tutto l’armamentario di scena: spade, pugnali, mazze, alabarde e fucili. Percuotono le tubature, i muri, urlano come indemoniati sciopero sciopero, invadono le scale. Gli orchestrali in riposo nella sala delle macchinette si affacciano nel salone a lato del palcoscenico per tentare di capire cosa sta succedendo, i coristi parlano fra loro e non sentono il rumore dei passi, quando le porte anti-panico si spalancano e le maschere della commedia dell’arte – di solito così educate e divertenti – irrompono nel salone urlando come pirati, i coristi vengono travolti, i musicisti si aggrappano alle macchinette, gli addetti alla sicurezza si precipitano ai telefoni e bloccano i tornelli messi all’accesso degli uffici, ma vengono spazzati via. Scaramouche corre con in mano lo spirito di Marat, il gruppo delle Colombine, Brighella e Arlecchino con le spade, Pulcinella con la clava formano un’onda che scavalca i tornelli e imbocca le scale verso gli uffici. Pulcinella fa i gradini a due a due urlando Jatevenne mappine! e il gruppo invade il corridoio e come un liquido invade gli uffici, passa sulle scrivanie, sulle sedie, portando con se nuvole di scartoffie. Tutto dura pochi secondi e dietro resta un tappeto fatto di fogli, foto, manifesti, poltrone capovolte, penne, matite e coriandoli. Sui muri del corridoio decine di scritte, la più grande invoca una “cura Robespierre” e “dovete darci il denaro” e “il teatro è dei teatranti” e “afammocc!”. Il gruppo disparato di teatranti incazzati si riversa nella tromba delle scale e si dirige verso il piano terra. Scaramouche evita la porta antincendio che sbuca al piano zero e porta il gruppo al primo piano interrato, imbocca una serie di corridoi di servizio e passa sotto il palco, dagli altoparlanti arriva la voce di uno dei direttori, sta illustrando ai giornalisti e agli altri direttori di teatri nazionali la nuova stagione e i progressi fatti dal teatro, l’aumento della produzione, la competitività, l’aumento dello sbigliettamento nonostante i tagli e la crisi. Dolorosissima crisi, dice. Le maschere spalancano la porta tagliafuoco e cominciano a risalire la scala che da sottopalco porta in quinta – normalmente percorsa dai tecnici di palcoscenico – qualcuno urla un Chitemmuort. Sbucano sul lato sinistro del palcoscenico. Il silenzio in platea è improvviso. La buca dell’orchestra divide i due gruppi. Da una parte i teatranti mascherati, dall’altra i direttori riuniti.
– Che fate lì? Cosa sono queste urla? Come vi permettete di fare questa confusione? Questa è una riunione a cui non siete invitati.
Le maschere guardano in silenzio.
– Questo è un teatro, non una piazza, la gente viene qui per rilassarsi.
Una pernacchia risuona sul palco e il direttore diventa paonazzo, dita bianche di un bianco innaturale stritolano il microfono.
I direttori sono tutti in piedi in platea, dalle quinte e dal fondo palco un terzo gruppo appare: sbucano gli addetti alla sorveglianza, Mr. X, il panzone e i vigilantes del palcoscenico e cominciano a muoversi lenti, radiali verso il proscenio, hanno dei manganelli e pezzi di cantinelle in mano e con un sibilo il sipario tagliafuoco comincia a venire giù.

– Mavafangul.
– Sfaccimm’e chivemmuort.
– …

Gli attori si guardano intorno, quello è il loro territorio. Un sorriso si disegna sui loro volti, lo spirito di Marat viene sollevato in aria alto sulle teste del gruppo di attori che compatti prendono le posizioni provate decine e decine di volte, creano il clima giusto in un attimo. Le continue prove sono servite. C’è il clima teso e vibrante di una prima assoluta. Le ballerine si dispongono. Nessuna fila, nessuna linea, con piccoli passi si dispongono in modo ortogonale, tutti difendono tutti. Respirano insieme, movimenti lenti, fluidi, occhi e mani e armi pronte. Si lanciano contro l’armata dei direttori e il palcoscenico diventa – finalmente – un campo di battaglia.

Scaramouche, #teatro e rivolta.

#teatro, comunicazione e Cut up

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Ci sono testi che per essere compresi necessitano di diverse letture, almeno per me è così. A volte devo leggerli a voce alta per afferrarne il senso.
Ci sono però anche testi che restano sordi a molteplici letture. Testi di latta.
Per lo più sono testi che pretendono di “comunicare” e – magari – di farlo anche senza nessuna implicazione ideologica. Si presentano come testi “tecnici”, neutri.
Sono i più buffi e – spesso – i più pericolosi.

Negli anni ’50 del secolo scorso William Burroghs riprese una tecnica di scrittura (già utilizzata anni prima da Tristan Zara) che consiste nel tagliare un testo e ricomporlo per far emergere un senso altro. È un modo per far suonare diversamente le parole, le frasi. È una semplice e rivoluzionaria tecnica di smontaggio e montaggio, il cinema, la musica, la televisione devono molto a questa tecnica.
Disse il saggio Old Bull Lee: parole, colori, luci, suoni, pietra, legno, bronzo appartengono all’artista vivente. Appartengono a chiunque sappia usarli. Saccheggiate il Louvre!

Il testo che ho preso in considerazione è un testo da ufficio stampa, un testo a suo modo programmatico e “politico”. Attraverso il cut up posso far emergere un senso altro dal testo di presentazione della stagione del Teatro Stabile di Torino?
Possibile?
Molto probabilmente la mia è una forzatura, forse è inutile applicare una tecnica artistica a un testo che non ha nulla di artistico.
L’originale lo trovate a questo link a firma della presidentessa della Fondazione del Teatro Stabile di Torino Evelina Christillin.
Ma, se c’è, che senso è?
Buona lettura.

***

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La presentazione di un nuovo cartellone offre l’occasione competitiva
della Fondazione attivamente impegnata
strategici per il futuro. Riguardo al passato prossimo, del nostro territorio.
Vogliamo quindi sottolineare, stagione 2013-2014, che si è aperta con sei premi
ulteriore dell’attività, l’estensione temporale [della] degli incassi da bigliettazione (euro 1,6 milioni),
la progettazione integrata con altri soggetti: il festival, spettacoli tournée (euro 1,7 milioni), un record
la vocazione europea della Stabile, ha suggellato contributi pubblici e altri ricavi, un consuntivo
de la Dance de Lyon; la Scuola Holden sarà partner buon viatico, ci prepariamo quindi ad affrontare
firmata dallo scrittore statunitense Stephen Amidon, prima di tutto il 60° anniversario della sua fondazione pubblico nuovo attraverso processi cross-mediali;
vigore del nuovo decreto ministeriale – [in via di] da testi di Shakespeare, Agatha Christie e Naguib
nostro Teatro lo status di nazionale. Come sempre, cittadini e [ai] turisti uno spazio architettonico di rara
sul piano della progettualità artistica e culturale, Garove e riportato ai suoi antichi splendori.

Per fare bilanci ed esporre piani a contribuire all’aumento di attrattività
possiamo qui ricordare i successi dell’innovazione continua dell’offerta, l’aumento della critica e si è conclusa con un aumento – stagione da settembre a luglio – e non ultima un fatturato in crescita per la vendita dei nostri Torinodanza, che continua a rafforzare [di] abbonati (16.050), un equilibrio perfetto tra
un gemellaggio strutturale con la Biennale in pareggio a euro 13,7 milioni. Forti di questo
di una produzione seriale in sei puntate
i traguardi che attendono lo Stabile nel 2015: che mira ad appassionare e fidelizzare un (27 maggio 1955), quindi l’entrata in [il] Museo egizio condividerà un dittico inedito – approvazione – che dovrebbe riconoscere al
Mahfouz, che animerà l’estate disvelando [ai] le prossime sfide si giocheranno soprattutto
suggestione come il cortile disegnato [dal] ovvero sulla capacità di consolidare la forza
il riposizionamento della Stabile deve molto anche al processo di internazionalizzazione intrapreso alle Fonderie Limone Rhinoceros in love, capolavoro
prestigiose ospitalità straniere che proseguono con teatrale cinese di oggi. E per completare il quadro, e Marthaler e dopo l’esportazione dell[e nostre l]a nostra Scuola per attori e la Oslo National Accademy
e New York, nei prossimi mesi si svolgerà qualità artistica e culturale dell’offerta, lo Stabile locale istituito Italiano si cultura e all’istituto organizzativo composto che si colloca tra azienda nella figura di Filippo Fonsatti, capace di proseguire l’equilibrio tra gli apporti delle – Theatre Group Management Master Workshop – entrate. Consideriamo l’impegno in questa direzione, per illustrare il piano strategico che ha consentito produzioni negli ultimi cinque anni, il modo migliore aziendali conseguendo notevoli risultati sia artistici attività, e noi tutti dello Stabile ringraziamo con nostra produzione Gl’innamorati di Goldoni, messa gli sponsor, gli artisti e ovviamente i nostri affezionati
torinese, ha ottenuto un notevole successo [al] sostenuti e continuano a farlo con passione nelle ultime stagioni. E dunque, accanto alle di Meng Jinghui, il più acclamato regista [registi] di rango assoluto come Donellan aggiungiamo infine la collaborazione tra produzioni a Parigi, Monaco, Berlino, Ginevra off the Arts.
Senza mai transigere sulla [un]’importante collaborazione con Pechino, grazie [al] negli ultimi anni ha adottato un modello Confucio di Torino.
Nel giugno scorso lo Stabile, di erogazione e azienda di produzione, è stato inviato all’international Forum of pubbliche amministrazioni e le altre organizzato dalla Central Academy of Drama
oltreché i 18 premi assegnati alle nostre negli ultimi anni di ottimizzare i processi per onorare la ricorrenza dei 60 anni [di] sia economico–finanziari;
a settembre la sincera riconoscenza le istituzioni, gli aderenti, in scena da giovani attori di formazione e numerosi spettatori, per come ci hanno Beijing Fringe Festival;
infine ad ottobre approda
convinta.

***
PS: Per chi ha la curiosità di capire cosa accadrà nell’immedato futuro al Teatro italiano consiglio la lettura de La legge contro il dialetto di Massimo Civica.

#teatro, comunicazione e Cut up

#Diariodizona, prossime presentazioni.

Con passo calmo e deciso il Diario di zona continua il suo cammino. Di seguito un po’ di tracce:

Pochi giorni fa è stata pubblicata una bella recensione su Doppiozero scritta da Enrico Manera, il titolo è Dai tombini di Torino.

Su Giap è apparsa una recensione del Diario di zona che trovate a questo link e un commento ai primi due UNO della collana Quinto Tipo.

Calendario delle prossime presentazioni:

– Domenica 15 Marzo h:18:00 presso la Casseta Popular in via Tripoli 56, Grugliasco (Torino), con Enrico Manera. Introduce Mirko Corli, lettura di brani del libro a cura di Diego Viarengo;

– Giovedì 9 Aprile alle h:19:00 presso la libreria MODO Infoshop via Mascarella 24/b, Bologna, con Wu Ming 1;

– Mercoledì 29 Aprile h:18:00 presso il circolo Ribalta via Zenzano, Vignola (Modena).

#Diariodizona, prossime presentazioni.

Su.

Passi.
Passi verso cosa?
Soffia un vento gelido
fra le colline
soffia e rimbalza sulle rocce…
Bianche montagne intorno.
Muovo passi verso,
verso cosa…
cerco con i polpastrelli, cerco.
Onde di suono e gelo
arriva da Nord.
Il gelo arriva da Nord.
Tengo la mia posizione
guardo la parete
ne cerco la fine,
guardo in su e muovo i miei passi,
“io che siamo noi”
muoviamo i nostri passi nel gelo
verso cosa non so.
Verso su,
andiamo su,
su.

Su.

Il sacro della Primavera – Compagnia Balletto Civile

Ci sono spettacoli che riescono a instillare un congegno a tempo nell’immaginazione degli spettatori e, a distanza di giorni, quel senso “ottuso” (come lo definì Roland Barthes) che è li nascosto, a volte anche all’insaputa dell’autore, esplode all’improvviso.

“Un lavoro che non m’ha convinto.” Questo è il pensiero che si è fissato nella mia mente alla fine dello spettacolo visto alle fonderie Limone a Moncalieri, nella rassegna “Parole d’artista” del Teatro di Dioniso.
“Non m’ha convinto.”
Ma perché? E uno spettacolo, alla fine, *deve* convincere?
Non lo so, onestamente.
Il sacro della Primavera di Balletto civile è una rivisitazione di Le sacre du printemps di Igor Stravinskij. Le musiche del maestro russo risuonano lungo tutto lo spettacolo, mixate con pezzi dei Radiohead, con un reiteratissimo fuck off e con vari brani di musica pop che non ho meglio identificato.
Fa niente, fuck off.

continua su Satyrikon a questo link

Il sacro della Primavera – Compagnia Balletto Civile