#Diariodizona – Camioncino anticrisi

In fase di editing è normale – credo auspicabile – che alcune parti di un testo vengano tagliate via o riscritte.
Anche per il Diario di zona è andata così, la riscrittura è stata una fatica e alcune cose le ho buttate via senza problemi. Altre invece le ho tenute da parte, il motivo è semplice: mi piacevano e continuano a piacermi, nonostante trovassi giusto il consiglio di eliminarle dal manoscritto prima di mandarlo in stampa.
La poesia che segue l’ho scritta ascoltando un signore che vendeva la sua frutta, a bordo di un camioncino, nel quartiere di Mirafiori Sud a Torino. Rileggerla mi fa sorridere. Buona lettura.

Il camioncino anticrisi

Avvicinatevi signori,
meloni della Sicilia. Meloni di Pachino
di Montechiaro, spettacolari.
Spettacolari veramente.
Poche casse da servire,
i primi sono più fortunati,
avvicinatevi signori.
A prezzi di regalo
a quattro euro ‘a cassa,
a meno di cinquanta centesimi a chilo,
tre euro la cassa ‘e melanzane.
Venite a toccare con mano
spettacolari veramente.
A prezzo di regalo.
Prezzo, qualità, risparmio.
Li vendiamo a la metà
della metà del metà prezzo,
dolcissimo melone.
Vi fate prosciutto e melone
per i vostri piccinini,
venite a curiosare,
la curiosità non si paga.
Venite a assaggiare,
l’assaggio non si paga.
A prezzo di regalo.
Assaggio gratuìto…
Oh, Pino!, dacci una cassa alla signora.

#Diariodizona – Camioncino anticrisi

Orme, sentiero molotov.

Un mese fa circa ho buttato giù qualche appunto su Le antiche vie di Robert Macfarlane, il testo è stato pubblicato sul sito Alpinismo Molotov. Lo ripubblico quassù così da tenere insieme un po’ di tracce. Buona lettura.

*****

Le antiche vie è un libro che offre molte piste per essere letto e percorso ed ammetto di essere in grande difficoltà a scrivere una “recensione”, talmente tante sono le vie da poter imboccare. Ne scelgo una e seguo le tracce, vediamo dove mi portano.

Orme.

Riesco a misurare i miei limiti, a prenderne coscienza camminando per strada in città, in campagna, in montagna. L’importante è camminare e lasciare che i pensieri sedimentino. Camminando elaboro i problemi o semplicemente li lascio alle spalle lungo la via, per poi ritrovarli ridimensionati e più agevoli da trasportare. “Si cammina per un’infinità di motivi” scrive Macfarlane citando a sua volta il poeta e camminatore Edward Thomas, morto in Francia durante la prima guerra mondiale.

Le antiche vie si apre su un panorama invernale, l’io narrante non riesce a concentrarsi sul lavoro, fuori nevica, così decide di andare a fare una passeggiata lungo la strada ricoperta di neve fresca. Metro dopo metro raggiunge il confine della città, oltre una siepe si apre un sentiero che si srotola fra i campi. Ci troviamo su un limite, insieme al narratore, sospesi a fine pagina. Il narratore è intirizzito, vorrebbe tornare a casa, noi potremmo chiudere qui il libro, e tornare alle faccende quotidiane.

Giriamo pagina e il primo passo è ormai impresso nella neve, oltre la siepe. Un passo e poi un altro ancora si aggiunge al racconto di orme di animali selvatici (cervi, pernici, conigli). «La neve era un romanzo irresistibile». Siamo in viaggio – camminano insieme narratore e lettore –, Macfarlane ci racconta il suo viaggio e collegando una serie di eventi, grazie alla narrazione, una mappa dettagliata si apre davanti ai nostri occhi.

Per farla breve: ognuno di noi può – dopo una camminata – ripercorrere mentalmente il percorso fatto (percorso non solo fisico ma anche emotivo e cognitivo) e l’azione di scrivere il proprio récit è di fatto una mappatura del territorio. Mi chiedo se così facendo non si dia la possibilità al lettore di abbozzare una ulteriore mappa, quella dei “luoghi in cui non si è ancora stati”. Una bozza di una psicogeografia di là a venire.

Ma è davvero così? Ho tracciato anch’io, abbozzato, linee guida di una mia mappa psichica della Scozia, dell’Inghilterra o della Palestina grazie alla narrazione di Macfarlane? È davvero così?

Non so.

Accompagnato dalla sua ombra – e da quella del lettore – Macfarlane si inoltra nella campagna inglese, fermandosi di tanto in tanto, per bere da una fiaschetta piena di whisky. Ci racconta quale animale ha lasciato le tracce che sta incontrando e che tipo di alberi ci sono risalendo il sentiero, che porta in cima alla collina, che si trova oltre la fine della strada romana cinta da biancospino. Dalla collina partono «decine di altre piste… Ne scelsi una e partii su quelle tracce, per vedere dove mi avrebbero portato».

Questo che ho fra le mani, mi dico, è un libro per chi ama camminare. Soprattutto leggere e camminare. È così denso e preciso nelle descrizioni di alberi, sottobosco, pendii, vallate, colline e animali e rocce e terreno che solo chi camminando depone – passo dopo passo – il fardello della quotidianità può imparare ad apprezzare il mondo intorno così com’è. O forse no, non è detto che sia per forza così. Camminare è anche una fatica, così come leggere. È piacere misto a fatica. Di sicuro bisogna scegliere (un libro, una montagna) e nel caso faticare un bel po’ lungo i sentieri.

Sì, in questo senso, Le antiche vie è una lettura faticosa per la quantità di cose descritte, per i pensieri e le riflessioni che fa emergere, o – meglio ancora – depositare. Il superfluo evapora e l’essenziale si deposita un passo dopo l’altro.

Una delle gioie del camminare penso sia legata alla gioia della scoperta (o riscoperta) del sentiero che si sta percorrendo man mano che si procede: la bellezza del primo capitolo del libro sta nel fatto di mostrare come una semplice passeggiata possa diventare scoperta del mondo e delle storie scritte sulla superficie della terra (neve, ghiaccio, gesso, torba, calcare, granito, sabbia) che fanno il mondo.

Sentiero.

«L’occhio è sedotto da un sentiero, e così pure la fantasia.»

In cammino attraverso i luoghi, lungo sentieri antichi, attraversiamo falde di passato. Camminare è di per se strumento di conoscenza che funziona – credo – in due direzioni: esploriamo un luogo e dal luogo veniamo esplorati. Cosa sa di me questo sentiero? Questa collina? O le montagne? Cosa sa di me un luogo e quanto grazie ad esso posso conoscere di me? Se venisse giù una frana cosa farei? Chi salverei? Quali vie di pensiero posso aprire camminando?

Torno a dirlo: Le antiche vie è un reticolo di storie, ognuna ha il suo sentiero e ogni sentiero ha colori, suoni, profumi e tracce e lo si può percorrere a piacimento. Un libro – ogni libro? – lo si può aprire in qualunque punto e da lì iniziare la lettura, così come posso imboccare una strada, un sentiero, nel mezzo e da lì scegliere in che direzione andare. Questo è per me un invito sia alla lettura che al viaggio. “Perché ci si perde sempre da soli nel momento decisivo. ” [dalla Winterreise di E. Jelinek]

Molotov.

Il Camminare è un atto di resistenza. Può sembrare retorico, ma ci sono luoghi in cui questa affermazione risuona con tutta la sua forza. Ci sono luoghi in cui non si può camminare, a volte il divieto è momentaneo, legato a un evento specifico. Ricordo che un paio di anni fa il centro di Torino è stato militarizzato in occasione dell’apertura della stagione del Teatro Regio: il presidente della Repubblica e il presidente del consiglio erano ospitati in platea, la polizia aveva bloccato tutte le vie, i cecchini erano sui tetti e la passeggiata che stavo facendo lungo il viale dei Partigiani con i miei cani dovette subire un cambiamento.

Recentemente c’è stata la visita del pontefice a Torino, l’accesso in piazza Vittorio Veneto era possibile solo grazie ai pass che – da quanto ne so – sono stati distribuiti dai preti delle diocesi piemontesi ai parrocchiani e permettevano l’accesso a una determinata zona attraverso una apposita via entro una certa ora. So, ad esempio, di una commessa che per raggiungere il negozio in cui lavora in via Principe Amedeo ha dovuto risalire via Po fino in piazza Castello, aggirarla – discutendo con i vari addetti ai varchi – e ripercorrere a ritroso via Po fino quasi in piazza Vittorio.

Ma il divieto può anche essere esteso a tempo indeterminato come, ad esempio, in Val di Susa dove i terreni nei pressi del cantiere del tunnel geognostico del TAV sono luoghi di interesse strategico e, in quanto tali, non accessibili.

Macfarlane nel capitolo decimo, intitolato Calcare, ci racconta come sia ancora possibile compiere delle camminate nei territori occupati in Palestina, quali rischi si corrono e le ragioni di questi rischi. È in compagnia di Raja Shehadeh (ex avvocato per la difesa dei diritti umani e camminatore) che attraverso l’atto del camminare riesce a sottrarsi alla compressione spaziale operata dall’occupazione: «A partire dal 1967 Raja aveva visto gli spazi aperti intorno a Ramallah aumentare via via di pericolosità e diminuire di estensione», camminare diviene quindi «un gesto minimo ma costante di disobbedienza civile». Ancora: nelle sue camminate Raja non porta con se nessuna mappa della Cisgiordania, questo perché consultare una mappa può essere scambiato per un atteggiamento sospetto da chi presidia militarmente il territorio e perché le carte ufficiali di Israele (o del Mandato Britannico) portano in sé sia una propensione di conquista coloniale che un’interpretazione del territorio «interessata e erronea». Raja preferisce quindi tracciare di suo pugno una mappa legata ai propri ricordi, agli incontri fatti, ai toponimi arabi, alla scoperta di villaggi palestinesi cancellati dalla conquista israeliana del 1948.

Cos’è camminare? Superare un limite, una barriera, una frontiera? Spostare un po’ più in là il disequilibrio? Tracciare mappe?

Camminare è anche un atto strettamente collegato con la narrazione, con l’atto di collegare fra loro eventi e storie.

Le antiche vie è anche il diario di viaggio che l’autore compie seguendo le tracce di Edward Thomas. Nel capitolo Selce i protagonisti sono l’autore stesso, i sentieri dei Downs e, attraverso le sue poesie, Thomas. I passi dei due scrittori corrono paralleli e si intrecciano alle storie incise nel gesso del sud dell’Inghilterra: «Thomas amava le sincronie storiche nel gesso: la corrispondenza tra le ataviche linee degli antichi sentieri e il disegno dei solchi tracciati dall’aratro il giorno prima».

L’ultimo capitolo del libro ha Spettro come titolo, è interamente dedicato a Thomas ed è di fatto una piccola biografia del poeta. Il libro si chiude con un’immagine tratta da una poesia, l’ultima scritta da Thomas, e una volta chiuso il libro la certezza che si impadronisce del lettore è che – se mai ci sono state – «non ci saranno più passeggiate insignificanti» e che fuori dalla porta di casa, oltre le siepi, pronte per essere percorse, splendono le strade…

Orme, sentiero molotov.

Una parte di mondo.

C’è chi vuole il ponte sullo stretto di Messina,
c’è chi spara in una chiesa
c’è chi va in piazza per la famiglia tradizionale
(una bella accozzaglia)
c’è chi odia le donne
(stessa accozzaglia di prima)
c’è chi prende l’auto e investe gente a caso
c’è chi vuole le ruspe contro i rom
c’è chi vorrà i carri armati
(è già successo)
c’è chi asfalta
e chi si fa di bamba
c’è chi mette sullo stesso piano spazzatura
esseri umani e topi
c’è chi vuole frontiere muri reti e spine
c’è chi brucia i libri
(e dai libri alle persone il passo è breve)
c’è chi vuole sangue misto a terra
c’è chi vuole gas e pugni e manganelli
c’è chi vuole l’orrore e
c’è un mondo lì fuori
o almeno una parte di mondo
che fa schifo
c’è che una parte di mondo mi fa schifo.

Una parte di mondo.

Scaramouche, #teatro e rivolta.

Ciò che segue è un omaggio all’attore Leo Modonnét – e alla maschera di Scaramouche – le cui gesta sono narrate ne L’Armata dei sonnambuli. Ogni somiglianza a fatti e/o persone è da ritenersi casuale, per quanto la situazione teatrale italiana renda verosimile e plausibile ciò che è qui narrato. Buona lettura.

***

– Allora, fine prova sul palco!, dice tirando giù sul petto la maschera di Balanzone. Tutti in camerino e ancora mezz’ora per la prova costume, poi ci si rivede alle 14:00.
– Scusa, siamo sul palco da tre ore e mezza e non abbiamo fatto neppure una pausa. Ora anche la prova costume e non possiamo neppure andare a mangiare… Ma… almeno una firma in più?
– E no. Lo sapete, niente. Non ci sono soldi.
– …
– E poi non lo dovete dire a me.
– A chi se non a te? Sei il nostro ehm… referente, o no?
– Per queste cose ci sono i sindacati… che ne hanno già parlato con la direzione.
– Eh?
– E la direzione dice che di questa faccenda “non gliene frega niente”.
– …

La frase raggiunge l’orecchio dell’attore,  rimbalza sulle pareti del condotto uditivo e si schianta sul timpano con violenza. Reagisce scuotendo la testa e smozzicando un paio di bestemmie. Va via lasciando il panzone fermo lì sul proscenio con la maschera calata sul petto. Attraversa il palcoscenico con la frase ancora in testa, va dietro le quinte, prende la sua maschera e il bastone di scena, passa dietro il fondale e raggiunge il camerino.
Entra nel bagno, si lava la faccia e sputa un grumo di saliva e polvere di palcoscenico. Si asciuga la faccia. Esce dal bagno e va verso i colleghi.
– Ragazzi, scusate un attimo, ho parlato col panzone a fine prova, ho detto che avremmo diritto almeno una firma in più… ma qua se parla uno solo non succede nulla. Niente.

Brusii e occhi sbarrati.
Qualcuno dice che in effetti è uno schifo, che non abbiamo neppure mangiato e ora anche la prova costume e io me ne vado, dice un altro, mica mi possono obbligare. E qualcun altro dice che è un delirio, che è sempre peggio, che stiamo lavorando per 4 euro l’ora e quindi vaffanculo.
Arriva la sarta con i costumi, si guarda in giro, ascolta in silenzio e poi dice – capisco. Arriva nei camerini il regista e… ragazzi – dice – vi capisco. Fate come volete, che vi devo dire? Se non potete provare i costumi ci vediamo oggi pomeriggio e poi martedì alla generale li indosserete come potrete. Come dobbiamo fare? Qua la situazione è allucinante. Non dipende da me.

E intanto si continua a discutere.
C’è chi la prova vuol farla comunque e il problema è che dicono sempre – da anni – che “non gliene frega niente” di chi sta sul palco. E questo mette le palle in giostra a parecchi. E intanto fino a pochi anni fa anche le prove costume erano regolarmente pagate. Ora hanno aumentato la produzione, diminuito le recite, annullato le assunzioni. Ora devono risparmiare e lo fanno su di noi, mica su altro. Non su chi intasca sia uno stipendio che un cachet, non su chi sta dietro una scrivania e poi mette il suo nome in cartellone sotto un titolo.

Il problema quindi siamo noi che lavoriamo sul palco. Costiamo, dicono, e se vuoi lavorare devi aprire la partita iva. Scaricano su di noi i loro costi. Risparmiano su di noi non sull’esercito di assistenti in direzione, non sui tre direttori, non sulle produzioni mediocri, no – pensa guadando la maschera di Scaramouche – no risparmiano su di noi. Boia d’un dio.
Indossa la maschera col rostro e poi il costume. La sarta lo guarda sorridendo.

– Sei a dieta.
– No, veramente no.
– Te lo dico io, sei a dieta.
– Va bene. Fatto?
Infila una mano nei pantaloni, aggiusta la camicia.
– Sì, così va bene.

Torna la compagnia sul palco dopo la prova costume e mezz’ora di pausa. C’è chi chiacchiera, chi si riscalda, chi ripassa la parte. L’attore che interpreta Scaramouche sta ripassando i movimenti della lotta. Un passo a due con lo spirito di Marat.
Si avvicina il panzone.
– Sai se qualcuno è andato in direzione a lamentarsi?
– Scusa?
– Sai chi è andato in direzione?
– No.
– Qualcuno ha fatto casino ed è andato a lamentarsi della firma per la prova costume.
– Non ne so niente. Dopo aver parlato con te sono andato nei camerini a parlare con i colleghi, questo sì.
– E qualcuno si è lamentato col regista.
– Il regista era già lì per la prova.
– …
– Allora?
– Perché se c’è da lamentarsi devi farlo con me.
– Sono venuto da te e mi hai detto che dalla direzione se ne fregano.
– E c’era da andare da Mr. X.
– E sei andato tu?
– No.
– E allora?
– Perchè dalla direzione hanno fatto il culo a Mr. X e lui è venuto da me e mi ha fatto il culo e…
– E tu ora vuoi incazzarti con me? Caschi male. Se Mr. X vuole sapere qualcosa venga a chiedermela lui.
– Dalla direzione sono incazzati.
– E no, siamo noi che siamo incazzati. Siamo noi che dovremmo andare in direzione e fare un casino che non finisce più. Non so se mi spiego.

Il panzone si allontana.
Il nostro attore riprende da dove era stato interrotto, afferra lo spirito di Marat e ripete i movimenti dapprima lentamente poi con velocità crescente. Poi indossa la maschera di Scaramouche e raggiunge il gruppo di colleghi, riprende la prova.
Provano, provano e provano in continuazione, fino allo sfinimento, scene vecchie e nuovi movimenti. Cambiano ciò che non funziona, le parti recitate male sanno di teatro vecchio, morto, riprovano gli ingressi e le uscite ascoltando la musica, seguendo i movimenti dei praticabili, dei carri che trasportano le scene, dei cambi luce. Provano seguendo una partitura scenica che viene corretta, perfezionata di prova in prova. Un lavoro da non credere. Intanto dietro le quinte gira un foglio.

Riunione sul palcoscenico:
– Questi baracconi dovrebbero chiuderli.
– Accozzaglia di burocrazia.
– Sì ma i tecnici sono in gamba
– Di più, ma che scherzi?, se non ci fossero loro qua sarebbe un casino…
– ‘U pisce puzza sempre da capu, disse ‘a mi nonna.
– Eh?
– Va beh, abbassate la voce che il panzone si sta avvicinando.
– ‘afammocc

Arriva anche all’attore che indossa la maschera di Scaramouche, alcune firme sono già lì nero su bianco.
– E questo?
– Firma dai.
– Cos’è?
Fa spallucce, Balanzone, e porge la penna.
In testa al foglio firma c’è un orario che corrisponde alla prova costume.
– Quindi si fa così. E non se ne parla, si dà il contentino e non cambierà niente. Vero?
Scarabocchia una sigla e il panzone si riprende la penna.
Si fa così vero?
Passa dietro le quinte.
Incrocia Mr. X, che a differenza del solito non saluta.
Tutto molto chiaro.

Stacco.

Fine prova
Camerini, interno giorno, luci al neon.

Scaramouche:
Ascoltatemi signori!
L’ora è giunta.
Non solo siamo sfruttati, quattro euro l’ora ci pagano – lo sapete – e non contenti pretendono che si resti zitti, muti e in silenzio perché – dicono – se non ci sta bene ce ne possiamo andare. Ché lì fuori ci sta una schiera, un’armata, di attori mortidifame che non vede l’ora di poter stare su un palco.
E se qualcuno va a chiedere il perché e il percome il suo nome viene messo su una lista e qui dentro non ci lavora più.
– È così o no?
– Sì porcoddue.
– Ecco, e non contenti ci dicono che a loro “non gliene frega niente”, e no cazzo.
– Ci hanno fatto firmare un foglio ma nessuno è venuto a parlare, è un contentino.
– Cambierà un cazzo.
– ‘afammocc!

Si fa avanti una ballerina col costume di Colombina.
– Io ho lavorato qua come co.co.pro anni fa, 600€ lorde al mese, lavoravamo anche 10 ore. Alla fine del periodo di lavoro si fece un convegno per la presentazione del lavoro e arrivò un assessore, c’era tutta la direzione del teatro… insomma arriva e fa: allora, ve lo siete mangiato tutto il milione di euro che vi hanno dato per questa faccenda? Come “un milione”? faccio io. Ci avevano detto che erano solo trecentomila per tutto il progetto e quindi non ci potevano pagate di più. E sapete che ha fatto l’assessore?
– Cosa?
– S’è messo a ridere.
– …
– Se non rispettano il nostro lavoro allora non rispettano neppure il lavoro degli elettricisti, dei macchinisti, del regista. E allora che ci stiamo a fare? O tutto il lavoro merita rispetto o allora niente lo merita.
– Essì cazzo.
– Torniamo sul palco e facciamo casino.
– Tutti sul palco!
– Sì, tutti sul palco adesso che c’è la conferenza.
– Con le barufffe chiozzotte non si fa una rivoluzione, diocane.
– Sciopero!
– Facciamo sciopero e si fotta la direzione.

Un gruppo di maschere incazzate e ghignanti si precipita fuori dai camerini. In mano hanno tutto l’armamentario di scena: spade, pugnali, mazze, alabarde e fucili. Percuotono le tubature, i muri, urlano come indemoniati sciopero sciopero, invadono le scale. Gli orchestrali in riposo nella sala delle macchinette si affacciano nel salone a lato del palcoscenico per tentare di capire cosa sta succedendo, i coristi parlano fra loro e non sentono il rumore dei passi, quando le porte anti-panico si spalancano e le maschere della commedia dell’arte – di solito così educate e divertenti – irrompono nel salone urlando come pirati, i coristi vengono travolti, i musicisti si aggrappano alle macchinette, gli addetti alla sicurezza si precipitano ai telefoni e bloccano i tornelli messi all’accesso degli uffici, ma vengono spazzati via. Scaramouche corre con in mano lo spirito di Marat, il gruppo delle Colombine, Brighella e Arlecchino con le spade, Pulcinella con la clava formano un’onda che scavalca i tornelli e imbocca le scale verso gli uffici. Pulcinella fa i gradini a due a due urlando Jatevenne mappine! e il gruppo invade il corridoio e come un liquido invade gli uffici, passa sulle scrivanie, sulle sedie, portando con se nuvole di scartoffie. Tutto dura pochi secondi e dietro resta un tappeto fatto di fogli, foto, manifesti, poltrone capovolte, penne, matite e coriandoli. Sui muri del corridoio decine di scritte, la più grande invoca una “cura Robespierre” e “dovete darci il denaro” e “il teatro è dei teatranti” e “afammocc!”. Il gruppo disparato di teatranti incazzati si riversa nella tromba delle scale e si dirige verso il piano terra. Scaramouche evita la porta antincendio che sbuca al piano zero e porta il gruppo al primo piano interrato, imbocca una serie di corridoi di servizio e passa sotto il palco, dagli altoparlanti arriva la voce di uno dei direttori, sta illustrando ai giornalisti e agli altri direttori di teatri nazionali la nuova stagione e i progressi fatti dal teatro, l’aumento della produzione, la competitività, l’aumento dello sbigliettamento nonostante i tagli e la crisi. Dolorosissima crisi, dice. Le maschere spalancano la porta tagliafuoco e cominciano a risalire la scala che da sottopalco porta in quinta – normalmente percorsa dai tecnici di palcoscenico – qualcuno urla un Chitemmuort. Sbucano sul lato sinistro del palcoscenico. Il silenzio in platea è improvviso. La buca dell’orchestra divide i due gruppi. Da una parte i teatranti mascherati, dall’altra i direttori riuniti.
– Che fate lì? Cosa sono queste urla? Come vi permettete di fare questa confusione? Questa è una riunione a cui non siete invitati.
Le maschere guardano in silenzio.
– Questo è un teatro, non una piazza, la gente viene qui per rilassarsi.
Una pernacchia risuona sul palco e il direttore diventa paonazzo, dita bianche di un bianco innaturale stritolano il microfono.
I direttori sono tutti in piedi in platea, dalle quinte e dal fondo palco un terzo gruppo appare: sbucano gli addetti alla sorveglianza, Mr. X, il panzone e i vigilantes del palcoscenico e cominciano a muoversi lenti, radiali verso il proscenio, hanno dei manganelli e pezzi di cantinelle in mano e con un sibilo il sipario tagliafuoco comincia a venire giù.

– Mavafangul.
– Sfaccimm’e chivemmuort.
– …

Gli attori si guardano intorno, quello è il loro territorio. Un sorriso si disegna sui loro volti, lo spirito di Marat viene sollevato in aria alto sulle teste del gruppo di attori che compatti prendono le posizioni provate decine e decine di volte, creano il clima giusto in un attimo. Le continue prove sono servite. C’è il clima teso e vibrante di una prima assoluta. Le ballerine si dispongono. Nessuna fila, nessuna linea, con piccoli passi si dispongono in modo ortogonale, tutti difendono tutti. Respirano insieme, movimenti lenti, fluidi, occhi e mani e armi pronte. Si lanciano contro l’armata dei direttori e il palcoscenico diventa – finalmente – un campo di battaglia.

Scaramouche, #teatro e rivolta.