agosto 1, 2015

Orme, sentiero molotov.

Un mese fa circa ho buttato giù qualche appunto su Le antiche vie di Robert Macfarlane, il testo è stato pubblicato sul sito Alpinismo Molotov. Lo ripubblico quassù così da tenere insieme un po’ di tracce. Buona lettura.

*****

Le antiche vie è un libro che offre molte piste per essere letto e percorso ed ammetto di essere in grande difficoltà a scrivere una “recensione”, talmente tante sono le vie da poter imboccare. Ne scelgo una e seguo le tracce, vediamo dove mi portano.

Orme.

Riesco a misurare i miei limiti, a prenderne coscienza camminando per strada in città, in campagna, in montagna. L’importante è camminare e lasciare che i pensieri sedimentino. Camminando elaboro i problemi o semplicemente li lascio alle spalle lungo la via, per poi ritrovarli ridimensionati e più agevoli da trasportare. “Si cammina per un’infinità di motivi” scrive Macfarlane citando a sua volta il poeta e camminatore Edward Thomas, morto in Francia durante la prima guerra mondiale.

Le antiche vie si apre su un panorama invernale, l’io narrante non riesce a concentrarsi sul lavoro, fuori nevica, così decide di andare a fare una passeggiata lungo la strada ricoperta di neve fresca. Metro dopo metro raggiunge il confine della città, oltre una siepe si apre un sentiero che si srotola fra i campi. Ci troviamo su un limite, insieme al narratore, sospesi a fine pagina. Il narratore è intirizzito, vorrebbe tornare a casa, noi potremmo chiudere qui il libro, e tornare alle faccende quotidiane.

Giriamo pagina e il primo passo è ormai impresso nella neve, oltre la siepe. Un passo e poi un altro ancora si aggiunge al racconto di orme di animali selvatici (cervi, pernici, conigli). «La neve era un romanzo irresistibile». Siamo in viaggio – camminano insieme narratore e lettore –, Macfarlane ci racconta il suo viaggio e collegando una serie di eventi, grazie alla narrazione, una mappa dettagliata si apre davanti ai nostri occhi.

Per farla breve: ognuno di noi può – dopo una camminata – ripercorrere mentalmente il percorso fatto (percorso non solo fisico ma anche emotivo e cognitivo) e l’azione di scrivere il proprio récit è di fatto una mappatura del territorio. Mi chiedo se così facendo non si dia la possibilità al lettore di abbozzare una ulteriore mappa, quella dei “luoghi in cui non si è ancora stati”. Una bozza di una psicogeografia di là a venire.

Ma è davvero così? Ho tracciato anch’io, abbozzato, linee guida di una mia mappa psichica della Scozia, dell’Inghilterra o della Palestina grazie alla narrazione di Macfarlane? È davvero così?

Non so.

Accompagnato dalla sua ombra – e da quella del lettore – Macfarlane si inoltra nella campagna inglese, fermandosi di tanto in tanto, per bere da una fiaschetta piena di whisky. Ci racconta quale animale ha lasciato le tracce che sta incontrando e che tipo di alberi ci sono risalendo il sentiero, che porta in cima alla collina, che si trova oltre la fine della strada romana cinta da biancospino. Dalla collina partono «decine di altre piste… Ne scelsi una e partii su quelle tracce, per vedere dove mi avrebbero portato».

Questo che ho fra le mani, mi dico, è un libro per chi ama camminare. Soprattutto leggere e camminare. È così denso e preciso nelle descrizioni di alberi, sottobosco, pendii, vallate, colline e animali e rocce e terreno che solo chi camminando depone – passo dopo passo – il fardello della quotidianità può imparare ad apprezzare il mondo intorno così com’è. O forse no, non è detto che sia per forza così. Camminare è anche una fatica, così come leggere. È piacere misto a fatica. Di sicuro bisogna scegliere (un libro, una montagna) e nel caso faticare un bel po’ lungo i sentieri.

Sì, in questo senso, Le antiche vie è una lettura faticosa per la quantità di cose descritte, per i pensieri e le riflessioni che fa emergere, o – meglio ancora – depositare. Il superfluo evapora e l’essenziale si deposita un passo dopo l’altro.

Una delle gioie del camminare penso sia legata alla gioia della scoperta (o riscoperta) del sentiero che si sta percorrendo man mano che si procede: la bellezza del primo capitolo del libro sta nel fatto di mostrare come una semplice passeggiata possa diventare scoperta del mondo e delle storie scritte sulla superficie della terra (neve, ghiaccio, gesso, torba, calcare, granito, sabbia) che fanno il mondo.

Sentiero.

«L’occhio è sedotto da un sentiero, e così pure la fantasia.»

In cammino attraverso i luoghi, lungo sentieri antichi, attraversiamo falde di passato. Camminare è di per se strumento di conoscenza che funziona – credo – in due direzioni: esploriamo un luogo e dal luogo veniamo esplorati. Cosa sa di me questo sentiero? Questa collina? O le montagne? Cosa sa di me un luogo e quanto grazie ad esso posso conoscere di me? Se venisse giù una frana cosa farei? Chi salverei? Quali vie di pensiero posso aprire camminando?

Torno a dirlo: Le antiche vie è un reticolo di storie, ognuna ha il suo sentiero e ogni sentiero ha colori, suoni, profumi e tracce e lo si può percorrere a piacimento. Un libro – ogni libro? – lo si può aprire in qualunque punto e da lì iniziare la lettura, così come posso imboccare una strada, un sentiero, nel mezzo e da lì scegliere in che direzione andare. Questo è per me un invito sia alla lettura che al viaggio. “Perché ci si perde sempre da soli nel momento decisivo. ” [dalla Winterreise di E. Jelinek]

Molotov.

Il Camminare è un atto di resistenza. Può sembrare retorico, ma ci sono luoghi in cui questa affermazione risuona con tutta la sua forza. Ci sono luoghi in cui non si può camminare, a volte il divieto è momentaneo, legato a un evento specifico. Ricordo che un paio di anni fa il centro di Torino è stato militarizzato in occasione dell’apertura della stagione del Teatro Regio: il presidente della Repubblica e il presidente del consiglio erano ospitati in platea, la polizia aveva bloccato tutte le vie, i cecchini erano sui tetti e la passeggiata che stavo facendo lungo il viale dei Partigiani con i miei cani dovette subire un cambiamento.

Recentemente c’è stata la visita del pontefice a Torino, l’accesso in piazza Vittorio Veneto era possibile solo grazie ai pass che – da quanto ne so – sono stati distribuiti dai preti delle diocesi piemontesi ai parrocchiani e permettevano l’accesso a una determinata zona attraverso una apposita via entro una certa ora. So, ad esempio, di una commessa che per raggiungere il negozio in cui lavora in via Principe Amedeo ha dovuto risalire via Po fino in piazza Castello, aggirarla – discutendo con i vari addetti ai varchi – e ripercorrere a ritroso via Po fino quasi in piazza Vittorio.

Ma il divieto può anche essere esteso a tempo indeterminato come, ad esempio, in Val di Susa dove i terreni nei pressi del cantiere del tunnel geognostico del TAV sono luoghi di interesse strategico e, in quanto tali, non accessibili.

Macfarlane nel capitolo decimo, intitolato Calcare, ci racconta come sia ancora possibile compiere delle camminate nei territori occupati in Palestina, quali rischi si corrono e le ragioni di questi rischi. È in compagnia di Raja Shehadeh (ex avvocato per la difesa dei diritti umani e camminatore) che attraverso l’atto del camminare riesce a sottrarsi alla compressione spaziale operata dall’occupazione: «A partire dal 1967 Raja aveva visto gli spazi aperti intorno a Ramallah aumentare via via di pericolosità e diminuire di estensione», camminare diviene quindi «un gesto minimo ma costante di disobbedienza civile». Ancora: nelle sue camminate Raja non porta con se nessuna mappa della Cisgiordania, questo perché consultare una mappa può essere scambiato per un atteggiamento sospetto da chi presidia militarmente il territorio e perché le carte ufficiali di Israele (o del Mandato Britannico) portano in sé sia una propensione di conquista coloniale che un’interpretazione del territorio «interessata e erronea». Raja preferisce quindi tracciare di suo pugno una mappa legata ai propri ricordi, agli incontri fatti, ai toponimi arabi, alla scoperta di villaggi palestinesi cancellati dalla conquista israeliana del 1948.

Cos’è camminare? Superare un limite, una barriera, una frontiera? Spostare un po’ più in là il disequilibrio? Tracciare mappe?

Camminare è anche un atto strettamente collegato con la narrazione, con l’atto di collegare fra loro eventi e storie.

Le antiche vie è anche il diario di viaggio che l’autore compie seguendo le tracce di Edward Thomas. Nel capitolo Selce i protagonisti sono l’autore stesso, i sentieri dei Downs e, attraverso le sue poesie, Thomas. I passi dei due scrittori corrono paralleli e si intrecciano alle storie incise nel gesso del sud dell’Inghilterra: «Thomas amava le sincronie storiche nel gesso: la corrispondenza tra le ataviche linee degli antichi sentieri e il disegno dei solchi tracciati dall’aratro il giorno prima».

L’ultimo capitolo del libro ha Spettro come titolo, è interamente dedicato a Thomas ed è di fatto una piccola biografia del poeta. Il libro si chiude con un’immagine tratta da una poesia, l’ultima scritta da Thomas, e una volta chiuso il libro la certezza che si impadronisce del lettore è che – se mai ci sono state – «non ci saranno più passeggiate insignificanti» e che fuori dalla porta di casa, oltre le siepi, pronte per essere percorse, splendono le strade…

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  1. Direi che te la sei cavata bene con la recensione. Di sicuro hai stimolato il mio interesse nei confronti di questo autore. Non sono una gran camminatrice. L’ultima volta che ho camminato x circa 12 km mi sentivo i piedi distrutti. E lo avevo fatto in piano, dentro Torino. Però mi dà un piacere particolare. In città mi offre l’opportunità di godermi angoli che non conosco o di mettere in connessione punti della città che magari prima non riuscivo ben a posizionare nelle mie mappe mentali. Fuori dalla città, lungo i sentieri, non tanto quelli montani che io frequento meno (non amo le altezze), quanto piuttosto vicino al mare quello che amo di più è il profumo della natura che mi circonda. Mi si imprime nella memoria fissandomi il ricordo. Comunque il camminare ti permette di godere di luoghi che non potrebbero essere raggiunti in altro modo e la fatica è compensata non solo dalla meta, ma dal tragitto stesso e dalle sensazioni che ti lascia dentro.

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About yamunin

[Luigi Chiarella, cittadino del mondo e viandante] Vivo a Vienna. Attore e drammaturgo, faccio teatro dal 1998. Nel 2001 con il collettivo teatrale Rossosimona vincemmo [ex aequo con Sud Costa Occidentale] il primo premio del Premio Scenario. Per il teatro ho scritto: Canti dall’inferno – il mare dentro il dolore, coautrice Roberta Cortese, [dai testi di Ramón Sampedro], coprod. Teatro Regio e Ass. Baretti 2007 in coll. con TST, ospite al Festival dei Due Mondi Spoleto Full Metal Kids, produzione Satyrikon 2011 Gerusalemme disvelata - da Torquato Tasso, coautrice Roberta Cortese, commissione CineTeatro Baretti 2008 Tra un impegno teatrale e l’altro ho lavorato anche come postino, venditore, magazziniere, libraio, operaio. Da una di queste esperienze è nato Diario di zona (ambientato a Torino dove ho vissuto e lavorato per circa 10 anni), inizialmente pubblicato a puntate sul blog Satyrikon e di recente pubblicazione per la casa editrice Alegre come primo numero della collana Quinto Tipo, diretta da Wu Ming 1. Dal 1987 scatto fotografie. Continuo a scrivere.

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appunti, libri, strada

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