Rage against…

La mia rabbia è quella di chi non ha nulla da perdere. Se non una vita intera. È la rabbia di chi si vede rubare la vita. Giorno per giorno, intera, da chi ha tutto e prende ancora. La mia è una rabbia allo specchio, quella di chi ha capito tardi d’aver avuto soltanto una vita. E nient’altro. Nient’altro che unghie nere e pelle screpolata dal vento, bruciata dal sole, spaccata dal freddo. Dita storte nell’inverno che sta arrivando. La rabbia di molti. I miei morti, quelli che mi passano accanto, che mi seguono muti, parlano attraverso i miei modi. Io sono molti. Sono la rabbia di molti. Ho in me il sapore del pane cotto su una pietra, della farina di castagne, ricotta calda e olive, pomodori, cipolle, aglio. Il sapere dell’uva, la forza del mosto, la rabbia della fermentazione, la pazienza dell’olio. La  mia rabbia nasce in una terra che è scura, pesante dell’umidità di montagna, il profumo dei pini, dell’ulivo, della quercia e del castagno. Un sorriso minerale. Rocce verdi venate di quarzo. Sotto un cielo freddo che si muove verso il mare. La mia rabbia, il sole del deserto, un cuore di sabbia bollente contro la barriera. Il sale dello Jonio, la voce delle onde, il pianto dei bambini. Una gioia, una vita. Una rabbia antica.

 

[Fine febbraio 2016 alla frontiera del Brennero un ragazzo eritreo, che ha uno e molti nomi, fu preso in consegna da quattro guardie, non aveva documenti, né bagaglio. Aveva un sorriso triste. Era su un treno diretto a Monaco, lo hanno fermato e rimandato indietro.

  • Indietro dove?
  • Non le interessa.
  • Sì.
  • Indietro, qui non può stare.
  • Ha un foglio di via dall’Italia.
  • Qui non può stare.

Guardie di frontiera. Non c’è onore e neppure una barriera.]

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Rage against…

Torino – Firenze A/R [ prima pagina del racconto pubblicato su Lo straniero]

L’impressione che ho è che le città inizino ad assomigliarsi un po’ tutte, a partire dalle stazioni ferroviarie. Sarà forse perché una volta scesi dal treno ci si ritrova davanti bar, negozi e librerie che fanno parte di catene commerciali. Stessi marchi, stesse vetrine, stessi prodotti un po’ ovunque.
La tendenza è verso un modello commerciale che rende i centri delle città interscambiabili tra loro, nella sostanza.

La stazione di Porta Nuova a Torino si sta piegando lentamente, mese dopo mese, al diktat di diventare un centro commerciale da cui partono, quasi per abitudine, alcuni treni. Nei prossimi anni l’alta velocità verrà dirottata totalmente sulla nuova stazione di Porta Susa (all’ombra del grattacielo San Paolo) che, a differenza di Porta Nuova, non è una stazione di testa ma di passaggio, appunto. In stazione non si arriva più, al massimo si transita, come i treni, e bisogna farlo nel modo più veloce possibile, magari consumare caffè e brioche e prendere un giornale e poi via, fuori, a chiamare un taxi o saltare al volo su un’auto amica parcheggiata in divieto perché non ci sono parcheggi, non ci sono sale d’aspetto, da queste parti si transita e basta.
Compri qualcosa e vai via.
Marsch.

Verso Firenze.
Prendo la metropolitana torinese in Corso Marche e scendo alla fermata di Porta Nuova. Chissà perché mi colpisce ogni volta notare che ogni fermata della metro è uguale alla precedente e alla successiva, tutto uguale, tranne il nome. È così per ogni metropolitana del mondo, immagino, ma questa di Torino mi colpisce di più. È il sempre uguale che torna.
Arriva la mia fermata dopo una curva ampia, lunga, sotto la superficie di Torino. Prendo le scale mobili per raggiungere i binari della nuova “stazione da vivere”. La volta del salone d’accesso è invasa dalle impalcature, stanno rimodernando per darci la possibilità di vivere una nuova esperienza per il nostro shopping targato Expo2015.
I corridoi in direzione dei binari sono pieni di persone che vanno e vengono, sulle panchine un po’ di umanità notturna che lentamente apre gli occhi al nuovo giorno, si vede che alcuni di loro hanno passato la notte a dormire all’esterno dell’edificio. Oppure in giro, vai un po’ a sapere dove. Stanno lì e si guardano intorno, qualcuno legge un giornale.
Raggiungo i binari, sono in anticipo di circa mezz’ora e non è ancora stato assegnato nessun binario al treno AV 355… Torino Porta Nuova – Roma Centrale delle ore 8:30 che fermerà a Milano, Reggio Emilia, Bologna, Firenze, Roma.
Assegnano il binario al treno, seduto su una panchina rifletto sul senso di questo viaggio, sulla presentazione (del libro? Mia? Di cosa?), sulle tracce che lascio in giro e a ciò che raccontano. Raggiungo il binario sovrappensiero, un tipo con un borsello e una casacca rossa mi ferma, lo guardo senza capire.
– Biglietto signore!
Sulla casacca ha un distintivo con su scritto “sicurezza aziendale”.
– Prego?
– Il suo biglietto.
– Perché qua?
– Sono le nuove regole.
– Ecco il biglietto.
– Buon viaggio.
– Verrà ricontrollato a bordo?
– Sì.
– E che senso ha tutto ciò?
– Sicurezza.
– Di chi?

Alla fine è uno che sta lavorando, mi dico, vai avanti e non rompere il cazzo già di prima mattina. Però: che senso ha? Volessi salire su un treno di straforo non lo farei mica dall’accesso principale al binario. E se qualcuno volesse accompagnarmi fino alla carrozza potrebbe farlo?

Raggiungo la carrozza e il posto che mi hanno assegnato e mi immergo nella lettura de L’erba delle notti di Patrick Modiano, di tanto in tanto guardo fuori dal finestrino il paesaggio. Una leggera inquietudine non mi lascia viaggiare tranquillo.
La stazione di Milano Porta Garibaldi è semideserta, pochi passeggeri e i manifesti che danno il benvenuto ai visitatori dell’Expo2015 con slogan entusiasti e ottimisti sono proporzionalmente superiori ai visitatori. Occupano lo sguardo, lì fermi ad aspettare chi potrebbe arrivare.

E: Andiamocene.
V: Non si può.
E: Perché?
V: Stiamo aspettando Godot.
E: Sei sicuro che sia qui?
V: Cosa?
E: Che lo dobbiamo aspettare.

Il ritmo del treno mi culla, il paesaggio sfreccia al di là del finestrino a oltre 200km/h, per andare dove? Alberi si infrangono contro il vetro. Urla, polvere e vento freddo addosso, voci urlanti e il volto bagnato dalle lacrime, a quasi quarant’anni pesano ancora di più. Non si piange a questa età. Una vergogna che non si può dire. Il mondo si rovescia al ritmo di una batteria, l’incedere di un basso elettrico, una chitarra elettrica che traccia la melodia e una voce riempie lo spazio intessendo parole e suoni che rimbalzano fra sedili divelti e braccia impazzite. Guardo il mio mondo diventare nero. Lacrime ovunque, lacrime e sangue di ritorno da un paese devastato e vile. La testa crolla giù e la sensazione di vuoto mi fa aprire gli occhi su un corridoio sgombro. Il mio vicino mi guarda. Avrò dormito? Eppure non ho sognato.

[…]

[il resto lo trovate sulle pagine de Lo straniero (num. 184) insieme a materiale letterario di alto livello, e questo non può che farmi piacere. Buona lettura. http://lostraniero.net/ottobre-184 ]

Torino – Firenze A/R [ prima pagina del racconto pubblicato su Lo straniero]

#Diariodizona – Camioncino anticrisi

In fase di editing è normale – credo auspicabile – che alcune parti di un testo vengano tagliate via o riscritte.
Anche per il Diario di zona è andata così, la riscrittura è stata una fatica e alcune cose le ho buttate via senza problemi. Altre invece le ho tenute da parte, il motivo è semplice: mi piacevano e continuano a piacermi, nonostante trovassi giusto il consiglio di eliminarle dal manoscritto prima di mandarlo in stampa.
La poesia che segue l’ho scritta ascoltando un signore che vendeva la sua frutta, a bordo di un camioncino, nel quartiere di Mirafiori Sud a Torino. Rileggerla mi fa sorridere. Buona lettura.

Il camioncino anticrisi

Avvicinatevi signori,
meloni della Sicilia. Meloni di Pachino
di Montechiaro, spettacolari.
Spettacolari veramente.
Poche casse da servire,
i primi sono più fortunati,
avvicinatevi signori.
A prezzi di regalo
a quattro euro ‘a cassa,
a meno di cinquanta centesimi a chilo,
tre euro la cassa ‘e melanzane.
Venite a toccare con mano
spettacolari veramente.
A prezzo di regalo.
Prezzo, qualità, risparmio.
Li vendiamo a la metà
della metà del metà prezzo,
dolcissimo melone.
Vi fate prosciutto e melone
per i vostri piccinini,
venite a curiosare,
la curiosità non si paga.
Venite a assaggiare,
l’assaggio non si paga.
A prezzo di regalo.
Assaggio gratuìto…
Oh, Pino!, dacci una cassa alla signora.

#Diariodizona – Camioncino anticrisi

Orme, sentiero molotov.

Un mese fa circa ho buttato giù qualche appunto su Le antiche vie di Robert Macfarlane, il testo è stato pubblicato sul sito Alpinismo Molotov. Lo ripubblico quassù così da tenere insieme un po’ di tracce. Buona lettura.

*****

Le antiche vie è un libro che offre molte piste per essere letto e percorso ed ammetto di essere in grande difficoltà a scrivere una “recensione”, talmente tante sono le vie da poter imboccare. Ne scelgo una e seguo le tracce, vediamo dove mi portano.

Orme.

Riesco a misurare i miei limiti, a prenderne coscienza camminando per strada in città, in campagna, in montagna. L’importante è camminare e lasciare che i pensieri sedimentino. Camminando elaboro i problemi o semplicemente li lascio alle spalle lungo la via, per poi ritrovarli ridimensionati e più agevoli da trasportare. “Si cammina per un’infinità di motivi” scrive Macfarlane citando a sua volta il poeta e camminatore Edward Thomas, morto in Francia durante la prima guerra mondiale.

Le antiche vie si apre su un panorama invernale, l’io narrante non riesce a concentrarsi sul lavoro, fuori nevica, così decide di andare a fare una passeggiata lungo la strada ricoperta di neve fresca. Metro dopo metro raggiunge il confine della città, oltre una siepe si apre un sentiero che si srotola fra i campi. Ci troviamo su un limite, insieme al narratore, sospesi a fine pagina. Il narratore è intirizzito, vorrebbe tornare a casa, noi potremmo chiudere qui il libro, e tornare alle faccende quotidiane.

Giriamo pagina e il primo passo è ormai impresso nella neve, oltre la siepe. Un passo e poi un altro ancora si aggiunge al racconto di orme di animali selvatici (cervi, pernici, conigli). «La neve era un romanzo irresistibile». Siamo in viaggio – camminano insieme narratore e lettore –, Macfarlane ci racconta il suo viaggio e collegando una serie di eventi, grazie alla narrazione, una mappa dettagliata si apre davanti ai nostri occhi.

Per farla breve: ognuno di noi può – dopo una camminata – ripercorrere mentalmente il percorso fatto (percorso non solo fisico ma anche emotivo e cognitivo) e l’azione di scrivere il proprio récit è di fatto una mappatura del territorio. Mi chiedo se così facendo non si dia la possibilità al lettore di abbozzare una ulteriore mappa, quella dei “luoghi in cui non si è ancora stati”. Una bozza di una psicogeografia di là a venire.

Ma è davvero così? Ho tracciato anch’io, abbozzato, linee guida di una mia mappa psichica della Scozia, dell’Inghilterra o della Palestina grazie alla narrazione di Macfarlane? È davvero così?

Non so.

Accompagnato dalla sua ombra – e da quella del lettore – Macfarlane si inoltra nella campagna inglese, fermandosi di tanto in tanto, per bere da una fiaschetta piena di whisky. Ci racconta quale animale ha lasciato le tracce che sta incontrando e che tipo di alberi ci sono risalendo il sentiero, che porta in cima alla collina, che si trova oltre la fine della strada romana cinta da biancospino. Dalla collina partono «decine di altre piste… Ne scelsi una e partii su quelle tracce, per vedere dove mi avrebbero portato».

Questo che ho fra le mani, mi dico, è un libro per chi ama camminare. Soprattutto leggere e camminare. È così denso e preciso nelle descrizioni di alberi, sottobosco, pendii, vallate, colline e animali e rocce e terreno che solo chi camminando depone – passo dopo passo – il fardello della quotidianità può imparare ad apprezzare il mondo intorno così com’è. O forse no, non è detto che sia per forza così. Camminare è anche una fatica, così come leggere. È piacere misto a fatica. Di sicuro bisogna scegliere (un libro, una montagna) e nel caso faticare un bel po’ lungo i sentieri.

Sì, in questo senso, Le antiche vie è una lettura faticosa per la quantità di cose descritte, per i pensieri e le riflessioni che fa emergere, o – meglio ancora – depositare. Il superfluo evapora e l’essenziale si deposita un passo dopo l’altro.

Una delle gioie del camminare penso sia legata alla gioia della scoperta (o riscoperta) del sentiero che si sta percorrendo man mano che si procede: la bellezza del primo capitolo del libro sta nel fatto di mostrare come una semplice passeggiata possa diventare scoperta del mondo e delle storie scritte sulla superficie della terra (neve, ghiaccio, gesso, torba, calcare, granito, sabbia) che fanno il mondo.

Sentiero.

«L’occhio è sedotto da un sentiero, e così pure la fantasia.»

In cammino attraverso i luoghi, lungo sentieri antichi, attraversiamo falde di passato. Camminare è di per se strumento di conoscenza che funziona – credo – in due direzioni: esploriamo un luogo e dal luogo veniamo esplorati. Cosa sa di me questo sentiero? Questa collina? O le montagne? Cosa sa di me un luogo e quanto grazie ad esso posso conoscere di me? Se venisse giù una frana cosa farei? Chi salverei? Quali vie di pensiero posso aprire camminando?

Torno a dirlo: Le antiche vie è un reticolo di storie, ognuna ha il suo sentiero e ogni sentiero ha colori, suoni, profumi e tracce e lo si può percorrere a piacimento. Un libro – ogni libro? – lo si può aprire in qualunque punto e da lì iniziare la lettura, così come posso imboccare una strada, un sentiero, nel mezzo e da lì scegliere in che direzione andare. Questo è per me un invito sia alla lettura che al viaggio. “Perché ci si perde sempre da soli nel momento decisivo. ” [dalla Winterreise di E. Jelinek]

Molotov.

Il Camminare è un atto di resistenza. Può sembrare retorico, ma ci sono luoghi in cui questa affermazione risuona con tutta la sua forza. Ci sono luoghi in cui non si può camminare, a volte il divieto è momentaneo, legato a un evento specifico. Ricordo che un paio di anni fa il centro di Torino è stato militarizzato in occasione dell’apertura della stagione del Teatro Regio: il presidente della Repubblica e il presidente del consiglio erano ospitati in platea, la polizia aveva bloccato tutte le vie, i cecchini erano sui tetti e la passeggiata che stavo facendo lungo il viale dei Partigiani con i miei cani dovette subire un cambiamento.

Recentemente c’è stata la visita del pontefice a Torino, l’accesso in piazza Vittorio Veneto era possibile solo grazie ai pass che – da quanto ne so – sono stati distribuiti dai preti delle diocesi piemontesi ai parrocchiani e permettevano l’accesso a una determinata zona attraverso una apposita via entro una certa ora. So, ad esempio, di una commessa che per raggiungere il negozio in cui lavora in via Principe Amedeo ha dovuto risalire via Po fino in piazza Castello, aggirarla – discutendo con i vari addetti ai varchi – e ripercorrere a ritroso via Po fino quasi in piazza Vittorio.

Ma il divieto può anche essere esteso a tempo indeterminato come, ad esempio, in Val di Susa dove i terreni nei pressi del cantiere del tunnel geognostico del TAV sono luoghi di interesse strategico e, in quanto tali, non accessibili.

Macfarlane nel capitolo decimo, intitolato Calcare, ci racconta come sia ancora possibile compiere delle camminate nei territori occupati in Palestina, quali rischi si corrono e le ragioni di questi rischi. È in compagnia di Raja Shehadeh (ex avvocato per la difesa dei diritti umani e camminatore) che attraverso l’atto del camminare riesce a sottrarsi alla compressione spaziale operata dall’occupazione: «A partire dal 1967 Raja aveva visto gli spazi aperti intorno a Ramallah aumentare via via di pericolosità e diminuire di estensione», camminare diviene quindi «un gesto minimo ma costante di disobbedienza civile». Ancora: nelle sue camminate Raja non porta con se nessuna mappa della Cisgiordania, questo perché consultare una mappa può essere scambiato per un atteggiamento sospetto da chi presidia militarmente il territorio e perché le carte ufficiali di Israele (o del Mandato Britannico) portano in sé sia una propensione di conquista coloniale che un’interpretazione del territorio «interessata e erronea». Raja preferisce quindi tracciare di suo pugno una mappa legata ai propri ricordi, agli incontri fatti, ai toponimi arabi, alla scoperta di villaggi palestinesi cancellati dalla conquista israeliana del 1948.

Cos’è camminare? Superare un limite, una barriera, una frontiera? Spostare un po’ più in là il disequilibrio? Tracciare mappe?

Camminare è anche un atto strettamente collegato con la narrazione, con l’atto di collegare fra loro eventi e storie.

Le antiche vie è anche il diario di viaggio che l’autore compie seguendo le tracce di Edward Thomas. Nel capitolo Selce i protagonisti sono l’autore stesso, i sentieri dei Downs e, attraverso le sue poesie, Thomas. I passi dei due scrittori corrono paralleli e si intrecciano alle storie incise nel gesso del sud dell’Inghilterra: «Thomas amava le sincronie storiche nel gesso: la corrispondenza tra le ataviche linee degli antichi sentieri e il disegno dei solchi tracciati dall’aratro il giorno prima».

L’ultimo capitolo del libro ha Spettro come titolo, è interamente dedicato a Thomas ed è di fatto una piccola biografia del poeta. Il libro si chiude con un’immagine tratta da una poesia, l’ultima scritta da Thomas, e una volta chiuso il libro la certezza che si impadronisce del lettore è che – se mai ci sono state – «non ci saranno più passeggiate insignificanti» e che fuori dalla porta di casa, oltre le siepi, pronte per essere percorse, splendono le strade…

Orme, sentiero molotov.

Diario di Zona, otto pagine.

La scrittura della nona pagina è terminata.
Ora si tratta di leggere, rileggere, correggere, riscrivere, scegliere la foto e pubblicare.

I giorni di vacanza che ho dal lavoro di letturista sono iniziati e li dedicherò alla scrittura delle restanti pagine. Non ho idea di quante ce ne saranno ancora. Ho tre quaderni di appunti e spero di cavarne fuori qualcosa di buono. Vedremo.

Se a qualcuno interessa a questo link si trovano le pagine scritte finora e pubblicate su Satyrikon.

Buona lettura e grazie!

Diario di Zona, otto pagine.

Territori

Suono a brutto citofono

chiedo permesso

‘posso entrare per…?’

parole vomitate metalliche in risposta,

un suono secco e son dentro.

Mi porto dietro la fedele 2 ruote.

Attraverso un cortile assolato,

incrocio un tizio Tarchiato Rasato Tatuato

uno sguardo di pietra mi sfiora,

sento un disagio cupo

credo sia stanchezza

tiro dritto verso al figura di vecchio sul fondo

fermo sulla porta del Basso a destra.

Il Vecchio vomita parole confuse e

gesti ampi da terrone,

ha un solo incisivo in bocca.

L’unica via è scendere dalla scala a sinistra

5 metri sotto terra

tornare indietro verso l’androne,

trenta metri di cortile

fare il lavoro e tornare indietro.

Mi arriva l’immagine di una cantina devastata, come tante.

Appoggio la fedele 2 ruote al muro

accanto alla porta della cantina

non la lego,

torna il disagio la stanchezza

sostenuta dal tanfo di terra umida.

Vado giù, percorro i corridoi,

compio svolte, supero porte sfondate.

La luce della torcia elettrica

è la mia isola di calma

fischio il ritornello che ho scelto

per quest’altro giorno di fatica

quasi alla fine.

Andata e ritorno forse 3 minuti.

 

Torno su, respiro,

la 2 ruote è svanita.

Il vuoto mi esplode dentro

cerco il vecchio che dice

“è chinu e bastardi, è chinu e strhanìeri ccà” ,

vero italiano del 150°.

 

Cerco e bestemmio e non credo,

non ti credo Vecchio

e te lo dico

e non servono i tuoi gesti

ho capito

che la 2 ruote è ancora qui dentro

che forse è uno scherzo balordo

che non c’è cazzo

che sei stato tu

e il Tizio Tarchiato Tatuato

come un pittbull mi è addosso

mano in faccia

“checomecazzotipermetti?minchia

miopadrechehasemprelavorato?

chehasemprelavoratoetudicicherubba?

ammiopadrechecomecazzotipermetti?”

Li blocco come posso,

non mi faccio toccare,

e so che potrei entrare nella merda

in un attimo sarebbero pugni e calci e

mi vedo col palanchino spaccare la faccia

al Vecchio e al Tarchiato Tatuato,

spaccargli le ossa.

Mi vedo e parlo

gli punto gli occhi addosso, controllo la voce

parlo e mi allontano piano

e tengo gli occhi sui loro visi

e tengo a bada la mia paura,

le urla che dentro mi dicono di ammazzarli.

Di fare qualcosa, di fargli male.

Fuori dal cortile,

per strada ombre

ci passano accanto,

arriva un terzo in bmw, sembra un film,

accosta e rutta un

“ci sono problemi?”

il Tarchiato Tatuato sorride.

Ti denuncio dice il Vecchio.

 

Mi allontano, lucido, sconfitto,

non tremo neppure,

mi chiedo perché questo.

Non mi è servito a niente:

non ho più la 2 ruote

il Tarchiato Tatuato mi ha *toccato* la guancia,

mi è rimasto nelle orecchie il

“checazzomenefotteammèchetucilavori?

checazzomenefotteeh?”

e mi sento una pezza,

aver evitato la rissa non mi fa sentir meglio

e cosa avrebbe fatto Philip Lacroix?

mi chiedo,

Cosa?

 

il ritornello è tratto da http://youtu.be/fjWlIWf9bfA.

 

 

Territori