Indagine su #GiuseppinaGhersi di Nicoletta Bourbaki, come Marc Bloch insegna.

Le fandonie, le notizie pubblicate senza una fonte, con leggerezza e superficialità vengono spesso riprese in modo acritico e in poco tempo diventano “verità”. In ambito fascista questa è la regola: qualunque bugia diventa Verità. Il gruppo di lavoro Nicoletta Bourbaki ha condotto una prima ricognizione usando il metodo storico sul caso Giuseppina Ghersi , trovate l’articolo QUI. I fascisti odiano il metodo storico, perché permette di distinguere, di far emergere le bugie, di dare una ripulita dai liquami.

Oggi, da tempo, ci sono troppi liquami in giro. Bisogna dare una ripulita, con ogni mezzo necessario. Buona lettura.

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Indagine su #GiuseppinaGhersi di Nicoletta Bourbaki, come Marc Bloch insegna.

Descrizioni, trascrizioni.

Gambe storte e corte, piedi a papera, pancia gonfia, pancia da birra, maglietta sudata, voce stridula; cammina come se si fosse appena cacato nei pantaloni; culo basso, braccia lunghe, gambe corte, bacino spostato in avanti, capelli corti e occhiali a specchio. Potrebbe essere una guardia, o un cameriere. Uno fra tanti. A scelta.

Deficienti! Cazzo siete… Di là, DI LA’! BASTARDI! Andate a fare in culo, andate! [parola inconprensibile] Forza, oh! Via di lì, eh. E veloce! Quickly quickly. Vaffanculo vieni su.

Il mare è calmo, azzurro, si stende lontano.
Sugli scogli è l’orrore.
Un ragazzo si tuffa, con scarpe e vestiti addosso.
Un ragazzo scappa. Nel mare azzurro che si stende lontano.
Si tuffa per andare via.
Via lontano.

Tiralo su, oh vieni qua, forza!
Pezzi di merda.
Dai! Qua, qua! Forza! [parole incomprensibili] Ora!

Una mano guantata corre al manganello appeso alla cintura, dietro uno scudo di plexiglas, una divisa nera sotto un sole giallo, contro un mare blu; un manganello nero si leva in aria, una mano guantata impugna un manganello. Da qualche parte nel mondo una testa si squarcia. Il rosso sgorga ancora e ancora e ancora.

Vieni di qua! Comando io, non te, siamo a casa mia qua, in Italia – siamo in Italia – Comando io-
– Eh. Allora? Cosa c’è?
– Niente, sono un giornalista, sto riprendendo.
– Per favore te ne puoi andare?!

Una mano contro la lente, lo sguardo scivola sull’asfalto, impronte restano sul vetro.

Qual è il problema? Non capisco. Mi allontano ma qual è?…
Vada di là, via, forza!

Plexiglas contro una lente, contro un corpo, cosa può un corpo? La presenza, la testimonianza; si oppone il plexiglas retto da mano guantata, spinge, colpisce, allontana, una superficie in plexiglas e una mano guantata; dietro il nero della divisa, un pezzo di mare blu, spuma sugli scogli. Uomini in fuga.

– Me ne vado, me ne vado.
– Le dico di andare di là!
Questa è un’operazione di polizia. Vada!
– Calma, calma.
– Vada via!
– Sono un giornalista.
– Un pubblico ufficiale le ha detto di andare via. Vada, vada! Vada senza voltarsi, vada.

Raggi di sole riverberano sulle lenti, sugli occhiali a specchio, mani guantate scivolano su manganelli.

– Guardi che se glielo ripeto di nuovo la accompagno nei nostri uffici.
– E’ un mio diritto!
– Ce l’ha un documento?

L’occhio meccanico puntato in basso si rialza, incontra lo specchio degli occhiali, orbite vuote, un teschio. L’orrore.

Descrizioni, trascrizioni.

Un viaggio che non promettiamo breve – #WM1ViaggioNoTav.

E’ uscito pochi giorni fa in libreria Un viaggio che non promettiamo breve di Wu Ming 1, edito (coraggiosamente) dalla casa editrice Einaudi.

Un viaggio che non promettiamo breve è libro che aspetto di poter rileggere per intero, aspetto di poter tenere in mano il tomo e di potermi tuffare fra pagine di carta. Il corpo del libro racchiude il corpo del movimento notav, le sue lotte, i nomi delle persone che fanno il movimento, contiene i suoi venticinque splendidi anni. L’ho letto a pezzi, insieme ai compagni di Alpinismo Molotov, e voglio rileggerlo per poter mettere in prospettiva i fatti e gustare i salti narrativi, le analisi, i toni ora poetici, ora epici, senza dover aspettare.
So che eravamo tutte e tutti– di volta in volta – in attesa del prossimo pezzo, per vedere come poter contribuire, se era il caso di farlo. So che sentivamo – ogni volta – l’urgenza di collaborare a un progetto in cui ci siamo sentiti coinvolti, in un modo o nell’altro. Complici e solidali fin da subito, anche chi come me ha conosciuto la lotta NoTav pochi anni fa, lungo un viaggio che dura da venticinque anni. Io non c’ero ma avrei voluto esserci.

Perciò mi dichiaro complice e solidale.

In questi giorni sto leggendo Itaca per sempre di Luigi Malerba, il quale – nella nota finale – chiede se considerare Ulisse autore dei due poemi omerici non sia l’ipotesi più semplice e seducente. Dopo aver letto questa tesi mi sono detto che sì, non solo è l’ipotesi più semplice e seducente, ma – grazie a Un viaggio che non promettiamo breve di Wu Ming 1, si parva licet – abbiamo la prova che si può fare militanza e narrazione allo stesso tempo e insieme ai compagni di viaggio intessere un canto.
Un canto che possa – chissà? -aiutare, sostenere e illuminare il cammino di tutte le altre lotte. Questo libro ha molte voci, ha stile, questo libro è un libro necessario, è una pietra miliare per chi lotta, per chi scrive, per chi fa entrambe le cose. Questo è un canto di confine.

Wu Ming 1, Un viaggio che non promettiamo breve – 25 anni di lotte No Tav, ed. Einaudi Stile Libero Big.

Un viaggio che non promettiamo breve – #WM1ViaggioNoTav.

#teatro e rimozione: una testimonianza a partire da “Scenari desolanti” di Manolo Muoio

Nel post che ha pubblicato su Facebook, Manolo Muoio – di cui mi onoro d’essere ancora in qualche modo compagno di viaggio – racconta una vicenda di rimozione. una vicenda tutta interna alla scena del teatro di ricerca italiano. una vicenda che tocca un collettivo di lavoro, una compagnia. e tocca anche me, ero anch’io all’interno del gruppo Teatro Rossosimona. e la vicenda mi fa ancora rabbia. ero giovane, credevo di non essere capace e di non saper gestire i rapporti con i teatri, con gli uffici di distribuzione. molto probabile che fosse così, avevo poco più di vent’anni. poi è maturata una consapevolezza: quella di non far parte di un certo mondo, di un *giro*. ne eravamo esclusi. e questo va oltre le capacità di gestione di una compagnia, di un collettivo, figuriamoci di un singolo agli inizi di un percorso. va bene così, si dice. va bene un cazzo. è questione di stile. “poi si invecchia e ci si rede conto…” scrisse Coupland. ma noi siamo ancora qua, i nostri lavori hanno lasciato una traccia. basta saper guardare. noi continueremo il nostro viaggio, ognuno a suo modo. ognuno col suo stile. magari in campi diversi. abbiamo un bagaglio fatto di lavoro quotidiano, metodico, di qualità, una cassetta degli attrezzi che possiamo applicare in qualunque campo. con una qualità “evidente anche a un bambino”. parafrasando una frase di Gomorra (che resta un gran libro, nonostante Saviano): Maledetti bastardi, siamo ancora vivi.

il post di Manolo lo trovate qui -> Scenari desolanti
buona lettura.

#teatro e rimozione: una testimonianza a partire da “Scenari desolanti” di Manolo Muoio

Rage against…

La mia rabbia è quella di chi non ha nulla da perdere. Se non una vita intera. È la rabbia di chi si vede rubare la vita. Giorno per giorno, intera, da chi ha tutto e prende ancora. La mia è una rabbia allo specchio, quella di chi ha capito tardi d’aver avuto soltanto una vita. E nient’altro. Nient’altro che unghie nere e pelle screpolata dal vento, bruciata dal sole, spaccata dal freddo. Dita storte nell’inverno che sta arrivando. La rabbia di molti. I miei morti, quelli che mi passano accanto, che mi seguono muti, parlano attraverso i miei modi. Io sono molti. Sono la rabbia di molti. Ho in me il sapore del pane cotto su una pietra, della farina di castagne, ricotta calda e olive, pomodori, cipolle, aglio. Il sapere dell’uva, la forza del mosto, la rabbia della fermentazione, la pazienza dell’olio. La  mia rabbia nasce in una terra che è scura, pesante dell’umidità di montagna, il profumo dei pini, dell’ulivo, della quercia e del castagno. Un sorriso minerale. Rocce verdi venate di quarzo. Sotto un cielo freddo che si muove verso il mare. La mia rabbia, il sole del deserto, un cuore di sabbia bollente contro la barriera. Il sale dello Jonio, la voce delle onde, il pianto dei bambini. Una gioia, una vita. Una rabbia antica.

 

[Fine febbraio 2016 alla frontiera del Brennero un ragazzo eritreo, che ha uno e molti nomi, fu preso in consegna da quattro guardie, non aveva documenti, né bagaglio. Aveva un sorriso triste. Era su un treno diretto a Monaco, lo hanno fermato e rimandato indietro.

  • Indietro dove?
  • Non le interessa.
  • Sì.
  • Indietro, qui non può stare.
  • Ha un foglio di via dall’Italia.
  • Qui non può stare.

Guardie di frontiera. Non c’è onore e neppure una barriera.]

Rage against…

futuro.

Camminavo e camminavo e

mi dicevo

se non voglio morire non morirò

Un passo e poi

Un passo ancora più in là

Sempre e ancora

Uno

Dovrei…

– mi dicevo –

Dovremmo prepararci

a un futuro imminente

uno dei tanti

uno da cui

arrivano segnali di fuoco

segnali di un incendio futuro

dove niente ha più senso.

 

[L’estate scorsa ho letto Amuleto di Bolaño, poi ho preso un po’ di appunti e scritto i versi che avete letto.

Riscrivo di seguito un brano del libro che ho trascritto sul mio quaderno:

E anche se questo canto che ascoltavo parlava della guerra, delle imprese eroiche di una intera  generazione di giovani latinoamericani sacrificati, io capii che al di là di tutto parlava del coraggio e degli specchi, del desiderio e del piacere. E quel canto è il nostro amuleto.

Che il suo canto vi accompagni]

futuro.