#teatro e rimozione: una testimonianza a partire da “Scenari desolanti” di Manolo Muoio

Nel post che ha pubblicato su Facebook, Manolo Muoio – di cui mi onoro d’essere ancora in qualche modo compagno di viaggio – racconta una vicenda di rimozione. una vicenda tutta interna alla scena del teatro di ricerca italiano. una vicenda che tocca un collettivo di lavoro, una compagnia. e tocca anche me, ero anch’io all’interno del gruppo Teatro Rossosimona. e la vicenda mi fa ancora rabbia. ero giovane, credevo di non essere capace e di non saper gestire i rapporti con i teatri, con gli uffici di distribuzione. molto probabile che fosse così, avevo poco più di vent’anni. poi è maturata una consapevolezza: quella di non far parte di un certo mondo, di un *giro*. ne eravamo esclusi. e questo va oltre le capacità di gestione di una compagnia, di un collettivo, figuriamoci di un singolo agli inizi di un percorso. va bene così, si dice. va bene un cazzo. è questione di stile. “poi si invecchia e ci si rede conto…” scrisse Coupland. ma noi siamo ancora qua, i nostri lavori hanno lasciato una traccia. basta saper guardare. noi continueremo il nostro viaggio, ognuno a suo modo. ognuno col suo stile. magari in campi diversi. abbiamo un bagaglio fatto di lavoro quotidiano, metodico, di qualità, una cassetta degli attrezzi che possiamo applicare in qualunque campo. con una qualità “evidente anche a un bambino”. parafrasando una frase di Gomorra (che resta un gran libro, nonostante Saviano): Maledetti bastardi, siamo ancora vivi.

il post di Manolo lo trovate qui -> Scenari desolanti
buona lettura.

#teatro e rimozione: una testimonianza a partire da “Scenari desolanti” di Manolo Muoio

Rage against…

La mia rabbia è quella di chi non ha nulla da perdere. Se non una vita intera. È la rabbia di chi si vede rubare la vita. Giorno per giorno, intera, da chi ha tutto e prende ancora. La mia è una rabbia allo specchio, quella di chi ha capito tardi d’aver avuto soltanto una vita. E nient’altro. Nient’altro che unghie nere e pelle screpolata dal vento, bruciata dal sole, spaccata dal freddo. Dita storte nell’inverno che sta arrivando. La rabbia di molti. I miei morti, quelli che mi passano accanto, che mi seguono muti, parlano attraverso i miei modi. Io sono molti. Sono la rabbia di molti. Ho in me il sapore del pane cotto su una pietra, della farina di castagne, ricotta calda e olive, pomodori, cipolle, aglio. Il sapere dell’uva, la forza del mosto, la rabbia della fermentazione, la pazienza dell’olio. La  mia rabbia nasce in una terra che è scura, pesante dell’umidità di montagna, il profumo dei pini, dell’ulivo, della quercia e del castagno. Un sorriso minerale. Rocce verdi venate di quarzo. Sotto un cielo freddo che si muove verso il mare. La mia rabbia, il sole del deserto, un cuore di sabbia bollente contro la barriera. Il sale dello Jonio, la voce delle onde, il pianto dei bambini. Una gioia, una vita. Una rabbia antica.

 

[Fine febbraio 2016 alla frontiera del Brennero un ragazzo eritreo, che ha uno e molti nomi, fu preso in consegna da quattro guardie, non aveva documenti, né bagaglio. Aveva un sorriso triste. Era su un treno diretto a Monaco, lo hanno fermato e rimandato indietro.

  • Indietro dove?
  • Non le interessa.
  • Sì.
  • Indietro, qui non può stare.
  • Ha un foglio di via dall’Italia.
  • Qui non può stare.

Guardie di frontiera. Non c’è onore e neppure una barriera.]

Rage against…

futuro.

Camminavo e camminavo e

mi dicevo

se non voglio morire non morirò

Un passo e poi

Un passo ancora più in là

Sempre e ancora

Uno

Dovrei…

– mi dicevo –

Dovremmo prepararci

a un futuro imminente

uno dei tanti

uno da cui

arrivano segnali di fuoco

segnali di un incendio futuro

dove niente ha più senso.

 

[L’estate scorsa ho letto Amuleto di Bolaño, poi ho preso un po’ di appunti e scritto i versi che avete letto.

Riscrivo di seguito un brano del libro che ho trascritto sul mio quaderno:

E anche se questo canto che ascoltavo parlava della guerra, delle imprese eroiche di una intera  generazione di giovani latinoamericani sacrificati, io capii che al di là di tutto parlava del coraggio e degli specchi, del desiderio e del piacere. E quel canto è il nostro amuleto.

Che il suo canto vi accompagni]

futuro.

Il mare lontano.

Poco meno di un mese fa ho ricevuto un’email da Lou Palanca 3, era indirizzata a un gruppo di narratrici, narratori, intellettuali, artiste e artisti calabresi. Ci invitava a sostenere pubblicamente i gestori dell’agriturismo ‘A Lanterna di Monasterace (RC) che hanno subito sette attentati in sette anni, l’ultimo poco tempo fa.
Di seguito trovate il racconto che ho scritto e che dedico a chi resiste in Calabria, con ogni mezzo necessario.
Buona lettura.

Il mare lontano.

Siamo in una valle assolata. Esposta a Sud. Lo Jonio brilla in lontananza nei giorni in cui non c’è foschia. Come oggi, brilla così forte che fa male guardarlo. A volte la bellezza è dolorosa. La terra è grassa, fertile. La valle è ancora bella, nonostante la diga in costruzione. Da più di vent’anni scavano, poi si fermano, scavano, poi si fermano, scavano… Qui il tempo scorre lento, i soldi invece fuggono via come acqua da un tubo forato. La fonte ora è quasi in secca, i lavori di scavo hanno spostato la sorgente, i vecchi dicono così scuotendo la testa. Raccontano che abbastava scavare pochi metri per trovare la sorgente. Raccontano di un’acqua fredda, limpida. Ora l’acqua in tanti appezzamenti arriva con i tubi. Le mucche e le ruspe calpestano i tubi, così l’acqua non arriva sempre. Le ruspe hanno conquistato la valle, insieme a loro sono arrivate le mucche. Hanno gli stessi guardiani. Da vent’anni, terreni espropriati, lavori rimandati, soldi su soldi montagne di soldi nei conti correnti scomparsi. Costi dei lavori che lievitano come pane. Tutti hanno venduto e tutti continuano a coltivare la terra che era loro. Quella su cui le ruspe non sono ancora arrivate. Qui va così. Cci cuegliu pummadueri randi cuemu meluni. C’è anche chi non ha dovuto vendere, c’è chi ha ancora la sua terra, ci sono le pietre a segnare il territorio e c’è l’acqua cuemu nà vota. Insomma… di meno, ma c’è. Ci sono terreni che non rientravano nei progetti. Terra che diventerà riva di un lago che mai verrà. Ci sono anche dei paletti bassi e una doppia linea di fil di ferro. E chissu ‘un va bbuenu. Pecchì ‘e vache hau dè caminare e i recinti cacanu ‘u cazzu. ‘Cca nessunu è cchiù patrune veramente, cca ormai ci su ruspe e vacche. Ruspe e vacche, hannu ‘ì stessi patruni. E ‘sì vuenu patruni puru ‘da terra. ‘Sì vuenu patreterni. E ci cridenu.

Ingegnè, vù dicimu nui duve ‘a facimu ‘sta diga. Ingegnè, è miegliu ‘sì mi staviti a sentere. Ci guadagnamu tutti.

A bordo dell’ape car 250 sono in tre. Due adulti e una bambina. La bimba ha il nome, gli occhi e i capelli della nonna. Sorridono. Il sole picchia forte e dalla curva grande, prima di prendere il sentiero che porta giù in valle, si può vedere il mare laggiù. Si vede bene oggi e fa male per quanto brilla. Il mare laggiù, lo Jonio. Dice la nonna: è lo Jonio… quant’è bello il mare? La bimba guarda e strizza gli occhi, sorride e distoglie lo sguardo. Lampi di luce colorano l’iride. Sorride anche il nonno, sotto uno sguardo stanco. Sorride e guida. Dal parabrezza dell’ape car il nonno guarda la terra, la sua terra, avvicinarsi. Vede il verde, il rosso, vede lo scuro di una terra grassa. Guarda e qualcosa non lo convince. Quello che vede non va. Vede i paletti divelti e il fil di ferro attorcigliato. Vede il verde dei filari dei fagiolini gettati a terra, vede il mare rosso dei pomodori calpestati, il giallo delle zucche aperte. Massacrate. Vede tutto questo e il resto è intuito e ricordo ‘mbiscati. Ferma l’ape, apre la portina e corre verso la prima terrazza di una serie che degrada dolce verso il fiume. Corre e si mette le mani nei capelli, il cappello cade in un solco fra le impronte delle mucche. Lo lascia lì.
La donna tiene la bimba per mano, le lacrime velano gli occhi scuri.
– Nonna che c’è?
– Nente figlia mia, nente.
– Piangi?
– No, bella mia.
– Chi ha rotto tutto?
– …
– Persone cattive?
– Sì.
– Perché?
– Pecchì unn’apprezzanu nente. Pecchì sù vigliacchi.
– Li conosci?
Muovono pochi passi verso il bordo della prima terrazza. La nonna tiene la bimba per mano, una stretta salda e morbida allo stesso tempo. La bimba sente il calore e la pelle ruvida della nonna sui bordi delle dita. Il nonno tira su le piante di pomodori, guarda gli ortaggi calpestati. Le poche piante di vite ancora in piedi hanno tagli sulla base. Un succo trasparente cola giù lungo i tronchi. Piange la vite, piange l’uomo, piange la donna.
– Li conosco tutti, bella mia… Tutti… ‘Cca ‘sa cumandanu… Sì penzanu patreterni… Verranno, sicuru… S’avvicinerannu a chiedere cchi cci fu… Se c’è bisogno d’aiutu… saranno tra i primi… Guardali, e lì canuscerai puru tu… ‘Un ci vorrà quantu ‘cc’è bolutu…
– Non li voglio vedere… ho paura.
– No bella mia, ‘un c’è d’avire paura… Tu teneme ‘a manu e stai ferma. Forte.
– E tu?
– Io? Io ‘i guardu intr’all’uecchi. Addiritti… fissi, accussì… cuemu guardu ‘ù mare luntanu. Guarda figlia mia. Guarda.

Il mare lontano.

Torino – Firenze A/R [ prima pagina del racconto pubblicato su Lo straniero]

L’impressione che ho è che le città inizino ad assomigliarsi un po’ tutte, a partire dalle stazioni ferroviarie. Sarà forse perché una volta scesi dal treno ci si ritrova davanti bar, negozi e librerie che fanno parte di catene commerciali. Stessi marchi, stesse vetrine, stessi prodotti un po’ ovunque.
La tendenza è verso un modello commerciale che rende i centri delle città interscambiabili tra loro, nella sostanza.

La stazione di Porta Nuova a Torino si sta piegando lentamente, mese dopo mese, al diktat di diventare un centro commerciale da cui partono, quasi per abitudine, alcuni treni. Nei prossimi anni l’alta velocità verrà dirottata totalmente sulla nuova stazione di Porta Susa (all’ombra del grattacielo San Paolo) che, a differenza di Porta Nuova, non è una stazione di testa ma di passaggio, appunto. In stazione non si arriva più, al massimo si transita, come i treni, e bisogna farlo nel modo più veloce possibile, magari consumare caffè e brioche e prendere un giornale e poi via, fuori, a chiamare un taxi o saltare al volo su un’auto amica parcheggiata in divieto perché non ci sono parcheggi, non ci sono sale d’aspetto, da queste parti si transita e basta.
Compri qualcosa e vai via.
Marsch.

Verso Firenze.
Prendo la metropolitana torinese in Corso Marche e scendo alla fermata di Porta Nuova. Chissà perché mi colpisce ogni volta notare che ogni fermata della metro è uguale alla precedente e alla successiva, tutto uguale, tranne il nome. È così per ogni metropolitana del mondo, immagino, ma questa di Torino mi colpisce di più. È il sempre uguale che torna.
Arriva la mia fermata dopo una curva ampia, lunga, sotto la superficie di Torino. Prendo le scale mobili per raggiungere i binari della nuova “stazione da vivere”. La volta del salone d’accesso è invasa dalle impalcature, stanno rimodernando per darci la possibilità di vivere una nuova esperienza per il nostro shopping targato Expo2015.
I corridoi in direzione dei binari sono pieni di persone che vanno e vengono, sulle panchine un po’ di umanità notturna che lentamente apre gli occhi al nuovo giorno, si vede che alcuni di loro hanno passato la notte a dormire all’esterno dell’edificio. Oppure in giro, vai un po’ a sapere dove. Stanno lì e si guardano intorno, qualcuno legge un giornale.
Raggiungo i binari, sono in anticipo di circa mezz’ora e non è ancora stato assegnato nessun binario al treno AV 355… Torino Porta Nuova – Roma Centrale delle ore 8:30 che fermerà a Milano, Reggio Emilia, Bologna, Firenze, Roma.
Assegnano il binario al treno, seduto su una panchina rifletto sul senso di questo viaggio, sulla presentazione (del libro? Mia? Di cosa?), sulle tracce che lascio in giro e a ciò che raccontano. Raggiungo il binario sovrappensiero, un tipo con un borsello e una casacca rossa mi ferma, lo guardo senza capire.
– Biglietto signore!
Sulla casacca ha un distintivo con su scritto “sicurezza aziendale”.
– Prego?
– Il suo biglietto.
– Perché qua?
– Sono le nuove regole.
– Ecco il biglietto.
– Buon viaggio.
– Verrà ricontrollato a bordo?
– Sì.
– E che senso ha tutto ciò?
– Sicurezza.
– Di chi?

Alla fine è uno che sta lavorando, mi dico, vai avanti e non rompere il cazzo già di prima mattina. Però: che senso ha? Volessi salire su un treno di straforo non lo farei mica dall’accesso principale al binario. E se qualcuno volesse accompagnarmi fino alla carrozza potrebbe farlo?

Raggiungo la carrozza e il posto che mi hanno assegnato e mi immergo nella lettura de L’erba delle notti di Patrick Modiano, di tanto in tanto guardo fuori dal finestrino il paesaggio. Una leggera inquietudine non mi lascia viaggiare tranquillo.
La stazione di Milano Porta Garibaldi è semideserta, pochi passeggeri e i manifesti che danno il benvenuto ai visitatori dell’Expo2015 con slogan entusiasti e ottimisti sono proporzionalmente superiori ai visitatori. Occupano lo sguardo, lì fermi ad aspettare chi potrebbe arrivare.

E: Andiamocene.
V: Non si può.
E: Perché?
V: Stiamo aspettando Godot.
E: Sei sicuro che sia qui?
V: Cosa?
E: Che lo dobbiamo aspettare.

Il ritmo del treno mi culla, il paesaggio sfreccia al di là del finestrino a oltre 200km/h, per andare dove? Alberi si infrangono contro il vetro. Urla, polvere e vento freddo addosso, voci urlanti e il volto bagnato dalle lacrime, a quasi quarant’anni pesano ancora di più. Non si piange a questa età. Una vergogna che non si può dire. Il mondo si rovescia al ritmo di una batteria, l’incedere di un basso elettrico, una chitarra elettrica che traccia la melodia e una voce riempie lo spazio intessendo parole e suoni che rimbalzano fra sedili divelti e braccia impazzite. Guardo il mio mondo diventare nero. Lacrime ovunque, lacrime e sangue di ritorno da un paese devastato e vile. La testa crolla giù e la sensazione di vuoto mi fa aprire gli occhi su un corridoio sgombro. Il mio vicino mi guarda. Avrò dormito? Eppure non ho sognato.

[…]

[il resto lo trovate sulle pagine de Lo straniero (num. 184) insieme a materiale letterario di alto livello, e questo non può che farmi piacere. Buona lettura. http://lostraniero.net/ottobre-184 ]

Torino – Firenze A/R [ prima pagina del racconto pubblicato su Lo straniero]