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Appunti su Canzoniere storto di Ernesto Orrico

Scrivere poesie è una delle cose più difficili da fare, pericolosa anche. Fa un po’ tristezza vedere che di questi tempi gli si dia poca importanza. Almeno così mi pare, anche se in musica – nel rap ad esempio – si scrive facendo attenzione alla rima, al ritmo quantomeno. Ma è un altro discorso. A ogni modo, se c’è chi non legge, non ascolta, non si cura della poesia, beh allora – mi dico – non sa cosa si perde e se ha anche una opinione in merito, non sa di cosa sta parlando. Perché se è vero che il linguaggio è lo strumento più potente fra gli strumenti creati dall’animale umano, la poesia è lavoro con e sul linguaggio. Lavoro svolto per andare oltre l’apparenza del mondo, per far emergere quantomeno un minimo di senso dal quotidiano, per creare momenti di svelamento e meraviglia, per risignificare il mondo. E si potrebbe andare avanti. La cosa fondamentale è prendere atto che mentre il linguaggio – lo strumento per eccellenza – viene banalizzato dai media, dai giornali ai social network, c’è chi se ne prende ancora cura. Ho letto la raccolta di poesie Canzoniere storto di Ernesto Orrico, e dire che mi è piaciuta è poco e non rende giustizia al lavoro di scrittura. Così ho messo un po’ d’ordine fra gli appunti presi negli ultimi due mesi, più o meno, mentre viaggiavo tra casa, lavoro e l’istituto di lingue dove sto frequentando un altro corso di tedesco, spesso mentre ero immerso nella lettura – e rilettura – del libro di poesie di Ernesto, oppure quando il libro era via tra gli altri nella borsa mentre camminavo per le strade della mia città e arrivavano i ricordi, le giustapposizioni, i collegamenti fra libri, voci, suoni e versi di materia e memoria presente, viva, pulsante. E perciò mi fermavo per fissare su carta alcune frasi, che riporto ora su questo supporto inconsistente.

 

da Quello che deve succedere


continuo la salita

poi scivolo
la storia è questa
i miei eredi erano
il mio animale è il lupo
i miei antenati saranno
il mio colore è il rosso
non devo aggiungere
non devo togliere
la storia è questa
continuo la discesa
poi salto

quello che deve succedere succederà

 

Un tempo ci ritrovavamo in camere ammobiliate da studenti del DAMS a Cosenza per bere un bicchiere e ascoltare un po’ musica, prima di un’uscita verso un cinema o un teatro o un pub per un concerto o un Partyzan. A volte leggevamo poesie appena scritte, mentre alternavamo l’ultimo cd dei Deftons o dei Tool con una raccolta di Patty Smith durante una Bluuuues Explosions, perché se fai teatro la confidenza con la musica e la poesia è scontata ed è normale viverla e poi magari inciderli su carta, quei suoni. Scrivere una poesia ogni giorno, anche se non arriva, anche se non sembra ci sia niente da scrivere; vivere l’atto di scrittura come se fosse quello fondativo della giornata che si apre alle possibilità del molteplice e così facendo arrivare a definire D. F. Wallace, Ferlinghetti, Platt, Kane, Gualtieri o Scaldati compagni di strada, viene semplice. Magari velleitario ma, come dice un altro poeta, a vent’anni si sa che si è stupidi davvero. Nel mio caso abbastanza… Le poesie le scrivevamo, dicevo, oltre che leggerle, e i manoscritti passavano di mano in mano e poi tornavano con suggerimenti, pareri, consigli. E allora come oggi le poesie le scrivevamo per capirci qualcosa di più della vita che vivevamo tra palcoscenici, sale prove e furgoni che arrancavano lungo le vie della Calabria e a volte fino a Roma, Santarcangelo, Trento… Poi dopo un po’ il passaggio fu semplice, automatico, e i nostri testi, che avevamo scritto con slancio su pagine di quaderni onnipresenti, si formalizzavano in pagine strutturate per spettacoli, performance… perché se la poesia non risuona attraverso un corpo vivo non va bene. E fu da questa attitudine che nacquero e nascono ancora i lavori che oggi, come allora, risuonano sui palchi, nelle sale prove e nei salotti da Cosenza a Vienna. Giusto per citare due città che conosco abbastanza bene. E al di là delle distanze, le relazioni di una vita intera restano intrecciate nello spazio-tempo attraverso musiche, parole, immagini di spettacoli fatti e di altri ancora da fare.

 

Da Lirica del 31 agosto

Settembre domani
Che fare?
C’è ancora da scrivere, ancora da raccontare
Storie da scoprire, poesia da dire
Non c’è teatro, questo è palese
Nel Belpaese qualcosa si muove
Nella mia terra al solito si muore
Questa volta per mare
Il lavoro questione capitale, che pena
Che fare?
(…)
Continuerò a scrivere nell’aria
La mia parte è chiara
La voce e il corpo ancora tengono

Mi trovate in giro

 

Fra i versi delle poesie di Canzoniere storto è condensata questa vita distillata in parole, di cui Ernesto scrive e canta testardo, di palco in palco. Aprendo il libro si può stare certi di leggere parole che sono state modulate più e più volte, riportate in vita dalla voce accompagnata dal suono di uno strumento, parole accolte e restituite dai corpi di chi stava lì ad ascoltare. Sto goffamente parlando di un atto antico, di azioni che da millenni danno senso alla vita che scorre via, al tempo che fa la memoria: parole che fanno comunità. Quali sono i personaggi di queste poesie? Le città e le voragini nell’asfalto; le parole e i suoni di un dialetto che apre varchi su falde di passato antiche millenni; quel cielo e quel mare; la politica d’accatto e un gesto che spazza via le cialtronate; la saggezza popolare, la povertà, i soldi, la voce…

Dicevo che la poesia è lavoro con e sul linguaggio, e se è vero che è attraverso il linguaggio che prima ancora di comunicare qualcosa (se mai è possibile) pensiamo e creiamo, quello di Ernesto è un pensiero – e una prassi – che valorizza il bello, il buono e il giusto così come da senso e dignità agli ingressi murati dei capannoni, al non finito, alla brutalità di una terra bella da far mancare il fiato. Se è vero che all’interno dei Canzonieri sono raggruppate poesie d’amore, chi è o chi sono i soggetti a cui Ernesto canta questo suo amore? Di sicuro uno dei soggetti è quel pezzo di terra che sta lì in mezzo al mar bianco chiamato Calabria. E per me all’improvviso le immagini che appaiono leggendo Canzoniere storto sono quelle che scorrono al di là del finestrino di un’auto lanciata lungo le strade di Cosenza mentre una voce canta i can float here forever…

 

Dittico breve

1.
La Calabria sta
Su Colonne d’aria
Vive bucata
E non crolla ancora

2.
Al tramonto il mistero prende altre vie
Lo sguado resta incastrato nel colore
Il vento accarezza il metallo
Restituisce la voce dell’emigrante

 

La Calabria è uno dei posti al mondo in cui affiora la crosta terrestre e a me piace pensare che lì si manifesti qualcosa di primordiale, non addomesticabile; e questo qualcosa incanta e fa restare in quella terra, ma anche – per quel poco che ne so – allontana. Queste di Ernesto sono poesie d’amore di chi resta, lette da chi è andato via.

Questa la sua – ed anche la mia – marcadanima.

 

 

 

Le poesie sono tratte da Canzoniere storto di Ernesto Orrico, ed. Underground?, 2022

Maggiori info su Ernesto le trovate sul suo sito 

Alcune registrazioni dei suoi lavori li trovate su bandcap

P38 Gang – una riflessione

  “La libertà di filosofare e di dire ciò che sentiamo: difendere la libertà in ogni modo, libertà che è in ogni modo compromessa dall’eccessiva autorità e invadenza dei predicatori” – Spinoza

 

Cosa fa il rap, come spiegarlo ai bianchi?

La musica rap ha una storia lunga qualche decennio – dagli anni ’80 del 900 – e le sue origini affondano nelle profondità della cultura nera americana. Nel 1989 uscì il libro Signifyng Rapper (traduzione italiana: Il rap spiegato ai bianchi, ed. minimumfax, 2000) di D.F. Wallace e M. Costello, in cui i due autori tentavano di dare una spiegazione articolata del fenomeno del rap/hip hop. Il libro è ancora attuale pur restando un’opera fortemente legata al periodo storico in cui fu scritta e uno dei punti focali è che la musica rap è musica di strada e racconta di vita cruda (che spesso è di merda). E’ musica che non ha melodia, ha testi che possono offendere e dà voce a chi voce non ha.

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Appunti su La morte, la fanciulla e l’orco rosso di Nicoletta Bourbaki

 

“Credere che parlando di storia non stiamo facendo narrazione è tanto sbagliato quanto pensare che facendo narrazione non stiamo parlando di storia.” Joan Fontcuberta

Il cosiddetto “Caso Ghersi”, storiaccia in cui i partigiani sono stati raccontati come assassini e stupratori viene affrontato, analizzato e risolto ne La morte, la fanciulla e l’orco rosso, primo libro scritto dal collettivo di ricerca storica Nicoletta Bourbaki. Non si poteva sperare esordio migliore. Quasi trecento pagine che scorrono via mentre i neuroni vengono risvegliati e rimessi in moto. Trecento pagine di racconto, analisi, riscontri di dati e documenti d’archivio sapientemente miscelati e composti per smontare una storia rivoltante e antipartigiana. Pagine che sono un condensato di magia letteraria in cui ritroviamo rigorosa ricerca storia, analisi narratologica e racconto. Un piccolo prodigio.

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Appunti su UFO 78 di Wu Ming

Faccio un po’ di ordine fra i miei appunti, per quanto mi riesce;

Nel maggio del 1978 avevo meno di due anni, quindi non so niente del clima da assedio, dei posti di blocco per le strade, del martellamento mediatico sulla linea della fermezza, della claustrofobia dei 55 giorni del sequestro Moro. Non ne so niente ma avendo vissuto gli anni del confinamento nel “periodo Covid”, avendo visto i posti di blocco per le strade, eserciti a pattugliare confini, persone inseguite e fermate perché stavano facendo una passeggiata o una corsa in spiaggia, avendo saputo di delazioni fra vicini, elicotteri in volo a caccia di “untori”, di paranoia e ipoconria e del disgustoso martellamento mediatico del biennio Covid, non faccio troppa fatica a immaginare il clima.

Leggendo l’ultima fatica di Wu Ming si capisce che il 1978 fu l’anno in cui iniziò il nostro presente.

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L’eterno presente: Gli ultimi giorni dell’umanità.

 

“La pallottola è entrata all’umanità da un orecchio ed è uscito dall’altro. Via da questo orrore ridente! […] dall’interminabile gaudio di questa pozza di sangue”*

Ancora un giorno di bombardamenti, video sui social media e la diplomazia che arranca. Oggi 2.03 dovrebbero incontrarsi le delegazioni ucraina e russa per trovare un punto di incontro. Forse in Bielorussia, forse in Polonia. Solo i carri armati vanno avanti. Raggiungono le frontiere. I governi si armano, le piazze manifestano contro la guerra, ma da una parte sola.

Continua la guerra, continua lo sventolio di bandiere, i parteggiamenti, il tifo.

Un giorno a una manifestazione ci sono andato anch’io, anche noi, una manifestazione contro ‘la guerra di Putin’ e ci stavamo a disagio. Perché noi siamo contro la guerra, in blocco. Perché le bandiere, i nazionalisti, i confini ammazzano.

La manifestazione è stata il 26.02 in Platz Der Menschenrechte, a Vienna. Prima di andare ho cercato in rete informazioni sulle associazioni che l’hanno organizzata (Unlimited Democracy e Vienna goes Europe) e già dai nomi ero restio ad andare. Le parole Democrazia e Guerra, purtroppo, risuonano troppo spesso insieme. Sono “senza limiti”, davvero.

Alla fine, ci siamo andati in piazza. Anche solo per sentire che aria tira a Vienna.

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Per Nanni Balestrini

Sono due anni che manca Nanni Balestrini, l’anniversario cade il 19.05 e io lo ricordo oggi. Lo incontrai l’11.12.2015 ero arrivato a Vienna da un mese e cercavo lavoro. Fu un incontro strano, ma solo dopo tempo capii che avevo incontrato un gigante della letteratura (e non solo) contemporanea. Lo sapevo, ma capirlo è un’altra cosa. Ho davanti a me il quaderno che usavo per prendere appunti e da queste pagine ero partito già il giorno dopo l’incontro per scrivere ciò che segue. Ho ripreso in mano Blackout oggi e mi sono ricordato di questo frammento incastonato – insieme al resto degli appunti presi in quel periodo convulso – in un blocco che sedimenta da tempo e che è da sbozzare e levigare

 

Vienna, inverno 2015

Da giorni sto in giro per la città, passo da ristorante in ristorante e lascio il mio curriculum. E basta. Non dico granché, solo che cerco un lavoro. Questo è il curriculum e il numero di telefono è quassù. Grazie e vado via. Mi sembra di star tirando sassi sull’acqua. Mi fermo a guardare quella che scorre nel canale del Danubio. È marrone, non blu. Scorre potente, scuote i battelli ancorati lungo il canale e sì che sono belli grossi. C’è ancora neve sui bordi delle strade. Cammino e in giro vedo un manifesto con sopra stampato la silhouette di una torre per l’estrazione del petrolio, è la copertina di un libro. Ma è il nome dell’autore ad attirare la mia attenzione, Nanni Balestrini. Ci sarà una mostra con sue opere, la presentazione di Carbonia e una serie di performance. La data è prossima e il luogo è non solo nello stesso quartiere ma a non più di cento metri da dove stiamo abitando. Potrò incontrare l’autore di Vogliamo tutto e Sandokan, i suoi due libri che ho letto. Cerco di immaginarne la faccia e qualcosa mi dice che dovrei accontentarmi della mia immaginazione e lasciare perdere, non andare all’incontro. Meglio restare con le impressioni che la narrazione stimola e immaginare. Meglio evitare eventuali delusioni. Sì, ma io ho scritto leggete Nanni Balestrini anche fra le pagine del mio diario e adesso che lo posso incontrare resto a casa? Ma no dai, non posso perdermelo. E sì, lettor, che avresti tu fatto?

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Gioventù contro il fascismo, selezione da “Io sono l’ultimo”

Io sono l’ultimo (ed. Einaudi) è un libro che ha un posto speciale nella nostra libreria. E’ una raccolta di lettere, testimonianze, ricordi di partigiane e partigiani. Nel 1944 erano tutte e tutti dei giovani e la forza della loro scelta – così come quella delle loro emozioni –  arriva in modo diretto e  potente a chi legge le pagine del libro. Oggi 25 aprile – festa della Liberazione, festa divisiva per eccellenza vivaddìo – ho iniziato a leggere e a registrare (solo nove lettere), così che le loro storie possano viaggiare anche in altri modi. Affinchè, come scrive Giacomo Papi nell’introduzione, “i loro ricordi risuonino”.

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Cantalamappa, una storia ad alta voce #4

Due giorni fa ho finalmente registrato il quattordicesimo capitolo. Il titolo è Rapa Nui, si racconta dell’isola di Pasqua.

Nel frattempo anche qua a Vienna hanno imposto l’obbligo di portare la mascherina ffp2 anche all’aperto in alcune piazze come Stephanplatz, Schwedenplatz… I luoghi in cui c’è l’obbligo sono opportunamente segnalate tramite enormi cartelli. “Noi al posto del virus”, dicono. Boh. Il primo giorno di divieto mi sono ritrovato, appena uscito dalla metro a Schwedenplatz, non uno ma due furgoni della Polizei e relativi PolizistInnen che stazionavano a pochi metri dalla scalinata che porta al luogo dove fu “spento” l’autore dell’attentato di Novembre scorso. Ci sono passato in mezzo ai PolizistInnen, il percorso era obbligato, ed erano tutt* senza mascherina. Sarà stato perché era ancora parecchio presto e di prima mattina si è tutt* un po’ assonnati? Oppure sarà stato perché indossare la mascherina all’aperto è una minchiata?

Cosa c’entra questo con la storia di Rapa Nui? C’entra – mi dico e credo – nella misura in cui forse in troppi si sta guardando, in cerca del pericolo, nella direzione sbagliata.

Proprio come i Moai.

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Cantalamappa, una storia ad alta voce #3

 

Dopo aver registrato i capitoli “L’isola del tesoro”, “Dov’è il centro del mondo” e “L’albero di Bottego… o di Mahamed?”, l’estate scorsa in occasione dell’invito a partecipare al festival STORiE di Stra-ordinaria follia (ne ho scritto qua), non ho più registrato nulla. Mi sono fatto prendere dai ritmi del lavoro quotidiano, dalle preoccupazioni che affliggono più o meno tutte e tutti. Ieri ho ripreso in mano il libro e mi sono detto che questo lavoro è da finire. Anche perché siamo più o meno dove eravamo, lockdown dopo lockdown. Le “fasi” si susseguono e di fatto non è che cambi granché. In balia di inettitudini, restrizioni, guardie armate e ignobili esseri che misurano la vita con PIL, con un virus che muta e un vaccino che chissà quando verrà davvero somministrato a tutte e tutti. E non mi riferisco solo a chi vive in Italia o in Austria o in Europa, ma a tutte le persone che abitano questo pianeta, a prescindere dal colore della pelle, dal PIL del paese in cui si vive, dal genere e dalla posizione sociale.

Leggere queste storie fa venire voglia di andare a camminare, lasciarsi la porta di casa alle spalle e entrare nella strada, aprirsi all’incontro. Che è gran parte di ciò che manca, l’incontro. E perciò ecco qua il capitolo 11:

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