YAMUNIN

Luigi Chiarella

#Diariodizona – Camioncino anticrisi

In fase di editing è normale – credo auspicabile – che alcune parti di un testo vengano tagliate via o riscritte.
Anche per il Diario di zona è andata così, la riscrittura è stata una fatica e alcune cose le ho buttate via senza problemi. Altre invece le ho tenute da parte, il motivo è semplice: mi piacevano e continuano a piacermi

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Scaramouche, #teatro e rivolta.

Ciò che segue è un omaggio all’attore Leo Modonnét – e alla maschera di Scaramouche – le cui gesta sono narrate ne L’Armata dei sonnambuli. Ogni somiglianza a fatti e/o persone è da ritenersi casuale, per quanto la situazione teatrale italiana renda verosimile e plausibile ciò che è qui narrato. Buona lettura.

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#teatro, comunicazione e Cut up

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Ci sono testi che per essere compresi necessitano di diverse letture, almeno per me è così. A volte devo leggerli a voce alta per afferrarne il senso.
Ci sono però anche testi che restano sordi a molteplici letture. Testi di latta.
Per lo più sono testi che pretendono di “comunicare” e – magari – di farlo anche senza nessuna implicazione ideologica. Si presentano come testi “tecnici”, neutri.
Sono i più buffi e – spesso – i più pericolosi.

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#Diariodizona, prossime presentazioni.

Con passo calmo e deciso il Diario di zona continua il suo cammino. Di seguito un po’ di tracce:

Pochi giorni fa è stata pubblicata una bella recensione su Doppiozero scritta da Enrico Manera, il titolo è Dai tombini di Torino.

Su Giap è apparsa una recensione del Diario di zona che trovate a questo link e un commento ai primi due UNO della collana Quinto Tipo.

Calendario delle prossime presentazioni:

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Su.

Passi.
Passi verso cosa?
Soffia un vento gelido
fra le colline
soffia e rimbalza sulle rocce…

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caduta, nel tempo.

Ore passate sul pavimento

con gli occhi fissi in su e

le braccia che annaspano

ora dopo ora.

Come una tartaruga in un gioco crudele.

Il tempo è un bambino che gioca

ti mette a pancia in su

sul dorso degli anni

e il freddo delle piastrelle blocca il respiro

e niente è più.

È Natale, così dicono.

La farmacia è praticamente vuota, c’è solo un cliente e nel momento stesso in cui le porte a vetri si aprono per lasciarmi passare la farmacista – che fino a un momento fa stava appoggiata alla scaffalatura – si avvicina alla seconda postazione libera accogliendomi con un sorriso.

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#Diariodizona, dal blog allo scaffale

Il Diario di zona è nato pedalando e camminando per le vie di Torino ed è stato pubblicato, nella sua prima forma, in ‘pagine’ sul blog Satyrikon.

Di strada ora ne ha fatta anche il testo: il 19 Novembre è stato pubblicato, per la casa editrice Alegre, all’interno della collana “Quinto tipo” diretta da Wu Ming 1.

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Piccola (ma proprio piccola) raccolta di scritti sul teatro.

In questi anni ho scritto un po’ di riflessioni sul teatro e le ho pubblicate sul sito Satyrikon.org non qui.
Periodicamente mi allontano dal Teatro per poi tornare in modi diversi, uno di questi è la scrittura. Ho scritto sul teatro approfittando dell’occasione che mi hanno dato alcuni spettacoli che, in un modo o nell’altro, si sono staccati dalla massa di “tutti gli spettacoli che ho visto/ascoltato negli ultimi tre anni”.
Sono pochi ma per fortuna ci sono stati.
Di seguito trovate i nomi e i relativi link ai post su Satyrikon:

APPUNTI SU “DOPO LA BATTAGLIA” DI PIPPO DELBONO

LE PRESIDENTESSE DI WERNER SCHWAB A PROSPETTIVA150

The Walk di Bosetti/Cuocolo

Il resto, con riflessioni e appunti anche di @satyrika, lo trovate qui

Lavoro e delazione. Appunti per il Diario di Zona

Mi chiamano dall’azienda, la nuova:
-ieri hai incontrato qualcuno dei nostri in via Po?
-no, perché?
-uno dei recapiti ha detto che ha visto due dei nuovi in via Po.
-non ho incontrato nessuno,se mi ha visto poteva salutarmi
-no è che ha visto due dei nuovi insieme… Non hai lavorato li?
-ho lavorato anche in via Po e non ho incontrato nessuno. Cos’è successo?
-no è che, sai,non si può lavorare insieme e questo ha visto due dei nuovi che erano insieme…
-no, non so. ti porto il terminale con le letture alle 5 e vado via, ho i cani da portare a spasso. A lunedì.

Diario di Zona, otto pagine.

La scrittura della nona pagina è terminata.
Ora si tratta di leggere, rileggere, correggere, riscrivere, scegliere la foto e pubblicare.

I giorni di vacanza che ho dal lavoro di letturista sono iniziati e li dedicherò alla scrittura delle restanti pagine. Non ho idea di quante ce ne saranno ancora. Ho tre quaderni di appunti e spero di cavarne fuori qualcosa di buono. Vedremo.

Se a qualcuno interessa a questo link si trovano le pagine scritte finora e pubblicate su Satyrikon.

Buona lettura e grazie!

#futbologia, appunti (un po’ confusi) su calcio e #teatro

Riprendo a scrivere qui e lo faccio con gioia. Non sapevo che farne di questo spazio: chiuderlo? renderlo privato? Invece vedo che qualcuno ancora passa di qua e, visto che qualcosa è successo, torno a usarlo.
Bene, per scrivere cosa?

Restare a casa per una influenza può essere una buona occasione. Non solo per gustare un po’ di meritato riposo, ma anche per studiare, portare a compimento un po’ di cose rimaste in sospeso e riflettere.
Una delle domande che mi sono posto è: perché non sto andando a teatro?
Da poco è cominciato il Festival delle colline e il mio interesse si è arenato alla lettura veloce del programma. Eppure è uno dei festival più importanti, è uno di quelli che rischia di chiudere. Come tanti luoghi di cultura in Italia.
Un motivo ci sarà alla depressione che mi coglie passando davanti alla biglietteria dei festival, che hanno aperto alla cavallerizza reale, o davanti al Teatro Carignano, o al Gobetti. Ma cos’è? Saranno gli sponsor? Il logo della fabbrica italiana automobili torino e quelli delle banche. Sarà che in questa primavera leggere gli appunti di V. Mejerchol’d su “Teatro e Rivoluzione” e poi andare a uno spettacolo che ha il logo della fiat stampato sul programma di sala mi fa orrore. Sarà che non è cosa, che la febbre e i dolori ai muscoli mi rendono nervoso.

Una settimana fa circa apro la casella di posta elettronica e trovo un messaggio che arriva dal blog dei Wu Ming. Ottimo, mi dico. Un po’ di aria buona.
E il post si è rivelato essere il tonico che mi ci voleva. Scritto da Luca aka Wu Ming 3 ha per titolo: Fùtbologia. La Rivoluzione rotola?

Fùtbologia è “un proclama, un appello, una minchiata, una promessa, un invito, un dài dài dài alla cazzo di cane, una richiesta d’aiuto. Una proposta di calcio totale alla depressione. Attacchiamo. Divertiamoci.” Da concretizzare in “un festival di tre giorni a Bologna per parlare con stile di calcio.”

Il mio primo pensiero è stato: bellissimo, voglio andare.
Il secondo: A far cosa? Perché? Non guardo una partita in TV da ormai 6 anni. Non so chi abbia vinto il campionato italiano degli ultimi 8 anni. Se mi mettono davanti una qualunque formazione senza nessuna indicazione, non so ricondurla a nessuna società.
Comunque, preso da un demonietto gioioso, mi sono messo a guardare su internet anche alcune partite dell’Europeo 2012.
Il tutto con leggero sbigottimento di mia moglie, che avrebbe giurato sulla mia totale indifferenza al giuoco calcio.

Da bambino tifavo Roma, quella del presidente Viola, quella di Falcao. Quella che se la giocava con l’odiata Juve (all’epoca non sapevo perché, l’ho capito più tardi il perché). Poi più niente, anche se quando gioca la Roma… Beh, è diverso.

Non gioco una partita vera da circa 20 anni. Era una semifinale di un torneo di calcetto, la ricordo bene, giocavo in difesa. Non arrivammo in finale e non segnai neppure un gol. Mi arrabbiai molto, anche questo lo ricordo bene. Perché se non vinci non vali niente. Non vale se ti diverti, vale se vinci. E questo mi fece cominciare a rendere odioso il paese in cui stavo crescendo. Ma questa è un’altra storia.
Dopo ci furono le partite in spiaggia fra amici e niente più calcio giocato. Niente tornei, niente partite il fine settimana. I miei amici andavano a giocare a pallone, io mi prendevo la racchetta da tennis e andavo ad allenarmi al campetto accanto.
Un altro episodio che ricordo bene è legata a un grosso vaffanculo detto a un tipo più grande e più grosso di me. Stavamo tornado a casa dopo la scuola, eravamo sul trenino che collega la metropoli Catanzaro al paesello. I mondiali Usa del 94 erano passati da poco e lui stava sparlando di Maradona. E no eh, Maradona non si tocca.

Dopodiché un costante, inarrestabile, allontanamento dal calcio. Ho continuato a seguire, con mio padre (che ha sempre religiosamente rispettato il rito domenicale di 90° minuto e Stadio Sprint) e mio fratello prima e con gli amici/coinquilini nel periodo universitario poi, alcune partite del campionato e i mondiali. Ma con poco entusiasmo.

L’unica squadra di cui ho fatto parte, dal 1998 al 2005, mi ha portato a giocare e sudare e divertirmi, anche nelle situazioni peggiori, in alcuni dei più importanti teatri italiani. L’allenamento quotidiano, lo spogliatoio, le tattiche ripetute fino alla nausea e i debutti davanti a decine e a volte centinaia di spettatori paganti l’ho vissuto con una squadra magnifica composta da donne e uomini generosi, atleti magnifici. A loro devo molto. Insieme vincemmo anche un prestigioso premio nazionale in quel di Sant’Arcangelo di Romagna (insieme a un altra squadra palermitana che poi divenne molto più famosa di noi, ma va bè anche questa è un’altra storia). Alle compagne e ai compagni di Teatro Rossosimona va la mia gratitudine, per avermi insegnato il gioco di squadra.

Tutto questo delirio per dire cosa. Per dire che Fùtbologia ha aperto un luogo di confronto e in tempo di crisi, in cui si è tentati di chiudersi a riccio e difendere il proprio piccolo spazio di sopravvivenza, è cosa lodevolissima. E la proposta di calcio totale alla depressione ha sortito in me l’effetto di farmi tornare in strada con gioia. Prendere in considerazione che anche in Teatro, così come nel calcio, i bei tempi non ci sono mai stati. Che è possibile fondare da basso una università del teatro, perché no? Che è possibile farlo. Che le oligarchie teatrali in Italia ci sono e continueranno a esserci e l’occasione per tirargli una bastonata sui denti bisogna sapersela creare. E poi coglierla e non sciuparla. Così come trovarsi da solo davanti al portiere, dopo un’azione ben costruita con un buon gioco di squadra.
Così, studiando fùtbologia, ho maturato la certezza che un giorno tornerò a giocare il mio gioco sulle assi di non so ora quale teatro.

Domani tornerò a quello che ora è il mio lavoro. Metterò nello zaino una copia di Calcio: 1898-2010 di John Foot. Leggerò qualche pagina durante la pausa. Farò un po’ di gradoni, come dicono i compagni di Fùtbologia.
Verrò a Bologna. Grazie Compadres.

Gli unici libri riconducibili al calcio che ho letto finora sono:
Io sono el Diego di Diego A. Maradona e Discorso su due piedi di C. Bene e E. Ghezzi

estratti da “Il retaggio di E. Vachtangov” #teatro #rivoluzioneteatrale

La mia porta d’ingresso al teatro è il teatro russo. Posso pensare al lavoro teatrale da fare oggi, in questi tempi oscuri, partendo da maestri russi. E se una rivoluzione oggi c’è da fare credo sia giusto rileggere i loro appunti, e trarne un insegnamento utile “per sovvertire il fallimento del presente”.

Discorso pronunciato il 29/11/1926, nel corso di una seduta dedicata alla memoria di E. Vachtangov , nella sala dell’omonimo teatro di Stato.

di V. Mejerchol’d

Ora che il teatro sta attraversando uno dei suoi peggiori periodi, l’assenza di un lavoratore come Evgheni Bagrationovic si fa particolarmente sentire. Vachtangov non si limitava a scrivere proclami, lettere o diari, ma era un uomo che sapeva lavorare sul serio.
In teatro Vachtangov era un vero e proprio operaio e ogni giorno la sua assenza si fa sentire. (…)
Il teatro non viene costruito soltanto da coloro che lavorano sulla scena, sia pure dimostrando grande talento: esso nasce dalla volontà del pubblico. Il teatro si divide in due parti: se in una di esse tutto procede bene, questo non significa ancora che tutto proceda bene nell’edificio intero. Il teatro comincia a esistere dal momento in cui esiste una rispondenza da parte del pubblico a quanto avviene sulla scena. (…) Il teatro si trova oggi in una situazione quanto mai difficile, forse la più difficile che abbia mai attraversato, e questo perché è stata trovata una ricetta di estrema semplicità per creare un teatro non rivoluzionario, ma quasi rivoluzionario. (…) Vachtangov, uomo dotato di grande intelligenza ed energia, aveva compreso che la rivoluzione non significa distruzione, che la rivoluzione consiste prima di tutto nel creare e infatti prima di ogni altra cosa la rivoluzione è creazione. (…)
La rivoluzione deve essere strettamente legata alla cultura. Di nuovo dobbiamo ricordare Lenin il quale sempre, per qualsiasi lavoro, parlava di cultura. Egli diceva che la rivoluzione e la cultura sono un tutto unico. Questa è la ragione per cui dobbiamo condannare le grandi tirate demagogiche di coloro che gridano: come sarebbe a dire, ritirarsi? Ma in realtà si tratta di gente estremamente miope e se credono che i maggiori valori della nostra cultura siano roba del passato, degna solo di un gesto di disprezzo, si sbagliano di grosso. (…)
Nel lavoro dell’attore è particolarmente importante che esista un ponte lanciato verso il futuro. Se non siete in grado di rendervi conto dell’evoluzione che sta compiendo in questo momento l’umanità, se non siete capaci di scorgere e di raggruppare a destra i capitalisti e a sinistra i lavoratori, se non vi sentite ispirare dalle strabilianti conquiste della scienza e della tecnica, già oggi in grado di farci capire che stiamo lavorando indefessamente alla creazione di valori nuovi, allora in generale non dovete recitare. Se nel recitare la parte che vi verrà assegnata non ricorderete tutto questo, se non verserete nei vostri successi la fiamma di tutti gli immensi successi che gli operai raggiungono nel mondo intero, sarà meglio che non recitiate.
Ricordo la mia visita al porto d’Amburgo. Là ho compreso sul serio che il mondo non appartiene ai padroni dell’oro e del capitale, ma a coloro che ogni giorno martellano delle pietre e permettano che vengano varate delle navi. Sentite allora che si tratta di un edificio gigantesco che nessun capitale potrà mai erigere e che essi invece costruiscono con la forza delle loro mani callose.
Quando nei giornali leggete del Volchovstroi, vi sembra impossibile ed è difficile che tutti vi rendiate conto come questa forza enorme sia frutto della mente geniale di Lenin e degli sforzi di masse sterminate le quali dicono: “il mondo appartiene a noi, perché noi lavoriamo”. Ecco perché qui oggi porgo il mio saluto alla rivoluzione proletaria e ai suoi indissolubili legami con la cultura.

Vsevolod Mejerchol’d, La rivoluzione teatrale, editori Riuniti, 2001, pagg 220-224

Appunti su Zagreb

Ho letto Zagreb in meno di due ore. Due intense immersioni nell’orrore evocato dalla scrittura asciutta ed essenziale di Arturo Robertazzi. L’ho letto all’aria aperta, in due giorni distinti, ho diluito nel tempo e nello spazio intorno a me l’intensità delle immagini, per non stramazzare a terra come un sacco svuotato. Non ci sono fronzoli, né espedienti narrativi ad alleggerire la tensione, non c’è colpo di scena risolutore, non c’è niente che renda simpatico un dettaglio, un personaggio, non c’è niente di bello in questa storia, per un semplice motivo: perché la guerra è sporca, è una ferita piena di pus, e puzza terribilmente.

E a tutto questo si accede già dalle prime righe: “Quel mattino era un bel mattino, facemmo fuori quattro persone.” Poche parole che ci fanno precipitare nel teatro di una guerra che evoca altre guerre, compresa quella che ha lacerato l’ex Jugoslavia. Così simile alle tante che ci sono state e sono ancora in corso.
Zagreb non è una lettura che pacifica, non è consolatoria ed è giusto che sia così. Ha il pregio di evocare l’orrore.

Ho provato far entrare in risonanza il romanzo con il monologo finale del colonnello Kurtz di Apocalypse Now:
“E’ impossibile trovare le parole per descrivere ciò che è necessario a coloro che non sannno ciò che significa l’orrore. L’orrore ha un volto e bisogna farsi amico l’orrore. Orrore. Terrore morale e orrore sono i tuoi amici, ma se non lo sono essi sono nemici da temere. Sono veri nemici.”

Il protagonista di Zagreb è un dispensatore di orrore: si occupa dei prigionieri, assiste e contribuiscce alla loro disumanizzazione. La massa dei prigionieri è per lui “un’unica Bestia terrorizzata”, Il terrore morale e l’orrore sono suoi amici.
Il suo arruolamento fra le file della Grande Nazione è avvenuto per reazione: subisce l’orrore, diventa un dispensatore di morte che “uccide senza emozione, senza passione, senza discernimento” (dal monologo di Kurtz) perfettamente inserito in un meccanismo di trasmissione ed esecuzione di ordini semplici e spietati.

Robertazzi in Zagreb preme molto sulla distinzione ossessiva del Noi Vs Loro, l’intera guerra è basata su questo e non ha importanza se “loro” vuol dire la mia fidanzata, il mio migliore amico, il mio vicino. Loro sono i nemici, loro adesso sono più deboli e bisogna approfittarne. Ora bisogna farli fuori e non c’è tempo o spazio per altro. Per niente altro. Lentamente, soprattutto grazie a un incontro inaspettato, il protagonista comincia a non vedere più una massa indistinta ma corpi sofferenti.

Compie delle scelte e giudica le proprie azioni e quelle dei propri compagni fino ad arrivare a un grado di consapevolezza tale da dire: “la realtà tornò faticosamente a prendere forma. E fu allora che vidi per la prima volta la muffa che decorava ogni angolo del corridoio, (…) il sangue incrostato alle pareti (…) Per la prima volta tutto arrivò chiaro ai miei occhi. La guerra. L’orrore. La Base.” Sceglie di non uccidere più e la presa di coscienza è una condanna, implica il tradimento, la perdita dell’identità.

Il romanzo si chiude con lo scoppio di una bomba sulla Base, sulla fabbrica trasformata in lager, e il protagonista si sveglia fra i calcinacci e i corpi dei compagni. E’ un sopravvissuto e questo nuovo status basta forse per ricominciare, per testimoniare, per dire con Kurtz: “E voglio ricordarlo, non voglio mai dimenticarlo, non voglio mai dimenticarlo.”

qui l’intervista ad Arturo Robertazzi fatta da Angelo Ricci e nella sezione Zagreb la storia dietro i materiali, raccolti durante la stesura del romanzo, sul conflitto nella ex_Jugoslavia e messi a disposizione in rete.

Augurio e ingiuria .1

Averrevu e morere
e nà morte lenta
lenta,
nà morte ca vi leva
juernu ‘ppè juernu,
e ciangere tutte e lacrime d’e muerti
ca aviti fhattu
ciangere àcitu d’e santi
senza riciessu mai…

Averrevu e morere chianu
chianu,
suli,
‘mpo’ ndè resta nente
mancu nù jatu
nù ritrattu, nà vuce,
nente.

Averrevu e morere ogni juernu.
a conclusione d’à notte.

i libri come guantoni

Il fastidio monta, non tanto – non solo- l’indignazione. Non mi indigna un leghista, siamo in democrazia no? Mi dà fastidio lo sdoganamento dell’ignoranza cafona. Mi da fastidio il qualunquismo d’accatto, le bugie ripetute come mantra tipiche del fascismo vecchio e nuovo. Mi da fastidio che un leghista assessore alla cultura (!?!) si permetta di intimare, minacciare. E’ ripugnante che esista la cornice ‘culturale’ all’interno della quale qualcuno possa dire qualcosa del genere, forte del fatto che nessuno oserà contraddirlo.

La bassezza di un tale gesto spinge naturalmente verso un giusto disprezzo nei confronti dell’ignoranza che lo ha partorito.

Per chi vuole saperne di più e seguire gli sviluppi del rogo dei libri proposto dall’assessore leghista può seguire la discussione su giap qui il link

#torino .1

Vivo giornate agitate, fra i molti che incontro non penso di essere qualcosa di diverso se non ‘uno fra i tanti’. Vivo le mie giornate fino in fondo, cercando di far bene, e mi sforzo di farlo con dignità. Come sostegno, oltre agli affetti, ci sono i libri, le parole con cui alcuni scrittori hanno voluto lasciare una traccia, forse (decisamente credo) da seguire:
“Uscirono dall’ombra uomini che il fascismo non aveva piegati, avvocati, professori ed operai, e riconoscemmo in loro i nostri maestri, quelli di cui avevamo inutilmente cercato fino allora la dottrina nella Bibbia, nella chimica in montagna. Il fascismo li aveva ridotti al silenzio per vent’anni, e ci spiegarono che il fascismo non era soltanto un malgoverno buffonesco e improvvido, ma il negatore della giustizia; non aveva soltanto trascinato l’Italia in una guerra ingiusta ed infausta, ma era sorto e si era consolidato come custode di una legalità e di un ordine detestabili, fondati sulla costrizione di chi lavora, sul profitto incontrollato di chi sfrutta il lavoro altrui, sul silenzio imposto a chi pensa e non vuole essere servo, sulla menzogna sistematica e calcolata. Ci dissero che la nostra insofferenza beffarda non bastava; doveva volgersi in collera, e la collera essere incanalata in una rivolta organica e tempestiva: ma non ci insegnarono come si fabbrica una bomba, nè come si spara un fucile.”
(Primo Levi, Il sistema periodico, Einaudi, pagg. 133-134)

Leggo così dell’oggi, leggo e trovo conferme per strada: fra le persone che incontro per lavoro 9 ore al giorno cinque giorni alla settimana. Capisco il perché di certi atteggiamenti, capisco la paura, capisco e provo a incanalare la mia collera nel modo migliore.

#torino

incontro persone,
in case con occhi.
poca anima
tristezza marcia dentro.

non anima,
hanno occhi le case.
occhi
implacabili.

scorre il sangue,
sotto la crosta.
torino è sotto se stessa.

Io so.

Pier Paolo Pasolini

Image via Wikipedia

Io so. Io so i nomi dei responsabili di quello che viene chiamato golpe (e che in realtà è una serie di golpes istituitasi a sistema di protezione del potere).
Io so i nomi dei responsabili della strage di Milano del 12 dicembre 1969.
Io so i nomi dei responsabili delle stragi di Brescia e di Bologna dei primi mesi del 1974.
Io so i nomi del “vertice” che ha manovrato, dunque, sia i vecchi fascisti ideatori di golpes, sia i neofascisti autori materiali delle prime stragi, sia, infine, gli “ignoti” autori materiali delle stragi più recenti.
Io so i nomi che hanno gestito le due differenti, anzi opposte, fasi della tensione: una prima fase anticomunista (Milano 1969), e una seconda fase antifascista (Brescia e Bologna 1974).
Io so i nomi del gruppo di potenti che, con l’aiuto della Cia (e in second’ordine dei colonnelli greci e della mafia), hanno prima creato (del resto miseramente fallendo) una crociata anticomunista, a tamponare il 1968, e, in seguito, sempre con l’aiuto e per ispirazione della Cia, si sono ricostituiti una verginità antifascista, a tamponare il disastro del referendum.

Io so i nomi di coloro che, tra una messa e l’altra, hanno dato le disposizioni e assicurato la protezione politica a vecchi generali (per tenere in piedi, di riserva, l’organizzazione di un potenziale colpo di Stato), a giovani neofascisti, anzi neonazisti (per creare in concreto la tensione anticomunista) e infine ai criminali comuni, fino a questo momento, e forse per sempre, senza nome (per creare la successiva tensione antifascista).
Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro a dei personaggi comici come quel generale della Forestale che operava, alquanto operettisticamente, a Città Ducale (mentre i boschi bruciavano), o a dei personaggi grigi e puramente organizzativi come il generale Miceli.
Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro ai tragici ragazzi che hanno scelto le suicide atrocità fasciste e ai malfattori comuni, siciliani o no, che si sono messi a disposizione, come killers e sicari.
Io so tutti questi nomi e so tutti questi fatti (attentati alle istituzioni e stragi) di cui si sono resi colpevoli.

Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi.
Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che rimette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l’arbitrarietà, la follia e il mistero.
Tutto ciò fa parte del mio mestiere e dell’istinto del mio mestiere. Credo che sia difficile che il “progetto di romanzo” sia sbagliato, che non abbia cioè attinenza con la realtà, e che i suoi riferimenti a fatti e persone reali siano inesatti. Credo inoltre che molti altri intellettuali e romanzieri sappiano ciò che so io in quanto intellettuale e romanziere. Perché la ricostruzione della verità a proposito di ciò che è successo in Italia dopo il 1968 non è poi così difficile.
Tale verità – lo si sente con assoluta precisione – sta dietro una grande quantità di interventi anche giornalistici e politici: cioè
non di immaginazione o di finzione come è per sua natura il mio.

Pier Paolo Pasolini

(5/03/ 1922 –  27/11/ 1975)

per chi sa e non ha le prove—> http://tv.repubblica.it/copertina/il-delitto-pasolini-nelle-immagini-di-citti-e-martone/46580?video

Territori

Suono a brutto citofono

chiedo permesso

‘posso entrare per…?’

parole vomitate metalliche in risposta,

un suono secco e son dentro.

Mi porto dietro la fedele 2 ruote.

Attraverso un cortile assolato,

incrocio un tizio Tarchiato Rasato Tatuato

uno sguardo di pietra mi sfiora,

sento un disagio cupo

credo sia stanchezza

tiro dritto verso al figura di vecchio sul fondo

fermo sulla porta del Basso a destra.

Il Vecchio vomita parole confuse e

gesti ampi da terrone,

ha un solo incisivo in bocca.

L’unica via è scendere dalla scala a sinistra

5 metri sotto terra

tornare indietro verso l’androne,

trenta metri di cortile

fare il lavoro e tornare indietro.

Mi arriva l’immagine di una cantina devastata, come tante.

Appoggio la fedele 2 ruote al muro

accanto alla porta della cantina

non la lego,

torna il disagio la stanchezza

sostenuta dal tanfo di terra umida.

Vado giù, percorro i corridoi,

compio svolte, supero porte sfondate.

La luce della torcia elettrica

è la mia isola di calma

fischio il ritornello che ho scelto

per quest’altro giorno di fatica

quasi alla fine.

Andata e ritorno forse 3 minuti.

 

Torno su, respiro,

la 2 ruote è svanita.

Il vuoto mi esplode dentro

cerco il vecchio che dice

“è chinu e bastardi, è chinu e strhanìeri ccà” ,

vero italiano del 150°.

 

Cerco e bestemmio e non credo,

non ti credo Vecchio

e te lo dico

e non servono i tuoi gesti

ho capito

che la 2 ruote è ancora qui dentro

che forse è uno scherzo balordo

che non c’è cazzo

che sei stato tu

e il Tizio Tarchiato Tatuato

come un pittbull mi è addosso

mano in faccia

“checomecazzotipermetti?minchia

miopadrechehasemprelavorato?

chehasemprelavoratoetudicicherubba?

ammiopadrechecomecazzotipermetti?”

Li blocco come posso,

non mi faccio toccare,

e so che potrei entrare nella merda

in un attimo sarebbero pugni e calci e

mi vedo col palanchino spaccare la faccia

al Vecchio e al Tarchiato Tatuato,

spaccargli le ossa.

Mi vedo e parlo

gli punto gli occhi addosso, controllo la voce

parlo e mi allontano piano

e tengo gli occhi sui loro visi

e tengo a bada la mia paura,

le urla che dentro mi dicono di ammazzarli.

Di fare qualcosa, di fargli male.

Fuori dal cortile,

per strada ombre

ci passano accanto,

arriva un terzo in bmw, sembra un film,

accosta e rutta un

“ci sono problemi?”

il Tarchiato Tatuato sorride.

Ti denuncio dice il Vecchio.

 

Mi allontano, lucido, sconfitto,

non tremo neppure,

mi chiedo perché questo.

Non mi è servito a niente:

non ho più la 2 ruote

il Tarchiato Tatuato mi ha *toccato* la guancia,

mi è rimasto nelle orecchie il

“checazzomenefotteammèchetucilavori?

checazzomenefotteeh?”

e mi sento una pezza,

aver evitato la rissa non mi fa sentir meglio

e cosa avrebbe fatto Philip Lacroix?

mi chiedo,

Cosa?

 

il ritornello è tratto da http://youtu.be/fjWlIWf9bfA.

 

 

Nel nome di Ishmael di G. Genna

Ho letto Nel nome di Ishmael prevalentemente di notte, per circa una settimana o poco più, l’ho finito stasera (28 agosto ’10). Qualcosa mi ha imposto il rito della lettura notturna, mi piace lavorare di notte, scrivere, di solito invece leggo ovunque posso, quando posso. Questa volta è stato diverso. E’ stata una lotta, me ne rendo conto ora che mi vengono in mente alcuni passaggi del libro che entrano in risonanza con Dies Irae;

Fondamentalmente una lotta con la materia narrata, una lotta fisicamente spossante a fianco dei personaggi. Ogni capitolo un round più o meno duro, uno scambio di colpi serrato in cui se non si dosano le forze si resta senza fiato con la guardia abbassata, in balia dell’avversario, e il tappeto si avvicina. Per me è stato un po’ così. E chi è l’avversario?
E’ la Storia ufficiale, monolitica e opaca che torna su come un conato di vomito, insieme alla sensazione che davvero sia andato tutto in modo diverso da come lo raccontarono allora, e quindi anche ora le cose non vanno per come le scrivono sui giornali e poi le scriveranno sui libri di Storia. E perciò leggendo, lottando, nascono connessioni fra storie inventate, giocando su eventi e persone reali, e le parti sfrangiate dei tassellli degli eventi tramandati e vedi che il mosaico alla fine è diverso da quello che si trova fra le pagine della Storia ufficiale. E se si ha coscienza e attenzione, il gioco diventa divertente anche se i cazzotti arrivano giù pesanti, come durante una sessione si allenamento con un maestro esigente e navigato. E Genna ha una scrittura densa, con squarci improvvisi da cui emergono affetti che solo la poesia può gestire, una scrittura agile ma dai colpi duri da medio massimo della scrittura.

(Questo articolo l’ho pubblicato sulla mia libreria di anobii ad agosto lo ripropongo qui per comodità di archiviazione)

Stabat Mater di T. Scarpa

Scarpa con questo libro prova a fare una cosa difficilissima, prova a fare musica utilizzando la prosa. La partenza non può che essere in una posizione di svantaggio, il risultato non può che essere mancante di qualcosa. Nello stereo continua a suonare il cd con le Quattro stagioni , La Tempesta del mare e L’estro armonico di Vivaldi, ho appena finito di leggere Stabat Mater. Si apre il ibro, si comincia a leggere e si è già nel pieno della storia, non c’è introduzione, niente preparazione e le parole di Cecilia hanno magnetismo e bisogna ascoltare e sintonizzarsi, poi si procede insieme alla sua voce. E la bellezza dei passaggi fra i piani emotivi non tarda a manifestarsi. Per me è stato così. Ci sono momenti molto belli, intensi da sentirserli risuonare dentro il suono delle domande e il senso della solitudine di Cecilia. Ci sono momenti in cui gli anacronismi (ammessi da Tiziano Scarpa nella nota a fine libro) sia di linguaggio che storici suonano stonati e, pur sostenendo la scrittura e la narrazione, creano delle crepe fastidiose. Come Cecilia anche Scarpa stona consapevolmente, stona perché sa di saperlo e poterlo fare e le parole si srotolano in un continuum creato con delicatezza e potenza e allora tant’è si continua a leggere, però… Da circa metà libro in poi ho letto ascoltando la musica di Vivaldi (la versione di Europa Galante, molte altre con ‘autori e interpreti che hanno preso sul serio la musica vivaldiana’ le consiglia l’autore nella nota) a volume piuttosto sostenuto e, anche se non è necessario al fine di gustarsi la storia, è stato un modo per afferrare e mantenere il ritmo della scrittura. C’è un momento in cui Scarpa, attraverso Cecilia, parla di linguaggio, significato, relazioni fra note e fra note e parole: accordi. Stabat Mater è fatto di accordi da scoprire, a volte stonati a volte armonici ed è in se un bel omaggio musicale, suonato da Scarpa con un pizzico di necessaria serietà, al proprio compositore preferito. Applausi. Resta l’impressione che qualcosa non si sia potuta fare. Silenzio.

Non c’è niente

Non c’è niente.

Posso star fermo

a guardare e non

c’è pensiero di…

non c’è niente.

Come essere morti.

E se arrivasse giù

una bomba da sù

dal fottuto cielo,

cosa saprei fare?

Se mi trovassi

sbattuto in aria

coperto di terra

e sangue e merda di

qualcuno finito male,

cosa saprei fare?

E se continuasse

e continuasse a esplodere

questa terra in giro

e con muscoli rotti

e orecchie sanguinanti

cosa farei?

Col mondo che viene giù

cerca di entrarti dentro

e il suono ti assorbe,

cosa faresti?

E se a morire con

la pancia aperta da

una scheggia fossi io

Cosa penserei?

fra le lacrime il sangue la merda

della mia vita

fra polvere e urla

e sto cielo in fiamme

sta vita che si chiude

lontano da tutti

in mezzo al niente,

cosa farei di buono?

Cosa ci sarebbe da fare?

Se mi svegliassi e fosse

tutta un’ipotesi umana

concreta folle umana,

cosa deciderei di fare?

Prima che qualche stronzo lo faccia davvero,

cosa faccio?

Cosa voglio fare?

Non c’è giorno senza sangue

Nell’anno mio trentaquattresimo di vita

nel momento dell’apparente stasi

nel paese in necrosi

bevuto fino in fondo il bicchiere

della passata gioventù

mi esercito a far di conto…

approssimativo.

(l’editor mio interiore e tiranno

è già pronto a dir che questa

è sconveniente cosa

è mediocre esibizione

e perciò da cestinare

senza pietà

ma il tempo non…

è dalla mia parte

gli sputo in faccia

levo gli ormeggi)

Sento prematura vecchiezza

– maturità si dice-

farsi largo con forza

una potenza che non vi fu

un lustro fa

ed eccomi a guardare nello specchio

e dire che non c’è tempo,

lasciare andare e far invecchiare.

E ora nell’anno duemiladieci in cui

fallirono progetti e intenzioni

in questa estate nella torino

del centocinquantenario che non conta

fra turisti e movida d’accatto

con l’affitto arretrato

la famiglia da mantenere

col morso ai denti e

senza collare (come Villar secoli fa)

medito atti per non fallire conti.

Non ho lacrime da versare in pubblico

non più recito edipo

non ho scherzi per bambini

né naso rosso e palloncini,

non più,

non ho commissioni

né sbagli altrui da aggiustare

né luci da creare,

son chiusi i teatri

quest’anno son blindati.

Se l’amor patrio di molti

teatranti non fosse sbocciato

ci sarebbe speranza

ci sarebbe forse stato bagliore

di un’arte non genuflessa

ma i finanziamenti si sa

son questioni di panza

son indirizzati

e se la bolletta incombe è facile

esser sviati.

Ma star a dire del passato

è parlare ai vermi

dice Ferdinand

e non ho niente da dire

sulle mie cose che furono,

cose fra le tante cose.

Il niente di adesso mi incuriosisce

questo incerto vuoto a cui

i vecchi d’Italia han condannato

chi resta e chi verrà,

(i vecchi intendo

quelli di sempre

i signori della guerra

dietro la linea del fronte al sicuro

quelli che gonfiano ancora oggi il petto

quelli con la voce stridula

che esorbitano esorbitano fino

a schiattare con nazioni intere

quelli con le stellette e le

facce mortuarie

quelli col vestito bianco da millenni

quelli che ridono sempre dei morti

-i soliti otto-

che guardarono morire un ragazzo

uno nella mattanza di una città)

Questo niente

in cui si annullano

lauree diplomi da scuola dell’obbligo

il nulla da benessere da discount

un niente da prima serata

con luci al neon

che fiaccano  passioni…

Questo niente

di strade senza popolo

senza lotta,

il franchising del nulla interinale.

Un bip all’ingresso del niente.

Un open space tappezzato di bugie.

Nell’anno scritto poco su

non piango la mia gioventù

curo gli affetti,

correggo i miei sbagli,

vado avanti con la mia amica sorella amante

compagna di vita  e di lotta.

Come tanti sto nel mezzo del mio cammino

e guardo questo niente quotidiano

vivo i giorni, abito battaglie,

non c’è giorno senza sangue.

quotidiano.

l’orrore quotidiano è così debordante

ha luci al neon

luci di agenzie interinali

di supermercati

di aule formazioni e call center

il quotidiano è fatto di carta

di giornali nn riciclabili

è fatto di piombo d’inchiostro

di menzogne

l’orrore quotidiano di un paese da interpretare

dice genna

un popolo che non sa interpretare il suo orrore

quotidiano

banale

di gallerie commerciali.

pace. scrive genna.

pace dice il bimbo d’oro.

La Borto al Festival delle colline torinesi; appunti su uno spettacolo.

Turin, Cavallerizza reale – manica corta

22 Giugno ultima recita dello spettacolo La Borto di Scena Verticale al Festival delle colline torinesi; serata sold out con molte persone sedute sui gradini della sala. Molte donne. Il coraggio e la sapienza teatrale di Saverio La Ruina hanno fatto sì che riuscisse nella difficilissima operazione di riproporre, dopo il doppio premio ubu per dissonorata, uno spettacolo che ricalca una stessa struttura scenica: un monologo di una donna del sud interpretato da un attore con in scena un musicista. Monologo in dialetto calabrese (di Castrovillari per essere precisi, + o -) di musicale bellezza.

Ci sarebbe da dire molto sullo stile di recitazione di La Ruina, su come riesce a dar vita in scena a un femminile antico e dolcemente tragico (e riesca – ma forse esagero- a trascinare lo spettatore nel suo divenire-donna così da vivere della  stessa triste dolcezza che abita le nonne del Sud),  così come sull’equilibrio d’insieme degli elementi scenici: dalle musiche di Gianfranco De Franco che sostengo e amplificano ‘u cuntu con loop struggenti, al disegno luci preciso ed essenziale di Dario  De Luca.  (…)

Stessa struttura, dicevamo, e due spettacoli diversissimi, due personaggi diversi e ugualmente potenti recitati da un attore bravo come pochi oggi in Italia. Il rischio, altissimo, di ripetere qualcosa di già fatto viene superato grazie al fatto che la storia è di una potenza pari a quella di Dissonorata e la struttura drammaturgica riesce a dosare saggiamente i tempi e i modi in cui lo spettatore viene affascinato dalla storia, reso partecipe, fino al punto di provare dolore. Questo è quello che mi è successo. Sentirmi preso in una morsa teatrale d’antica sapienza ( un giusto equilibrio di pieni e vuoti della narrazione, delle posture del corpo, della musica) grazie alla quale è possibile – le rare volte che accade oggi a teatro – provare empatia con il personaggio (o con l’attore/il dramma/ gli affetti della musica etc etc etc) e sviluppare un pensiero critico (fondato su un affetto vero)  su ciò che è il senso dello spettacolo che si sta vedendo/ascoltando.

Peccato non ci fosse nessun prete. Peccato non ci fosse nessun anti-abortista e nessun leghista.

Qui di seguito il link alla scheda e alla rassegna stampa di La Borto

http://www.scenaverticale.it/index.php?option=com_content&view=article&id=49%3Ala-borto&catid=1%3Aspettacoli&Itemid=70&lang=it

” (…)quando si crea si resiste.” gilles deleuze

Riflessioni a margine del caso DL:

In teatro è normale compiere ‘elaborazioni drammaturgiche’, è normale dichiarare cosa si sta elaborando e a chi si deve qualcosa. Esperienza mia: ho elaborato un testo che sento mio, è iniziato come un esercizio di composizione a seguito della lettura di Viaggio a termine della notte di L. F. Céline. Ho selezionato alcune frasi, alcuni periodi, li ho montati e ho ottenuto una mia ‘visione’ delle prime 100 pagine del Viaggio. Dopodichè ho individuato un tema (i bambini soldato) ho letto altri libri, ho elaborato,  scritto e riscritto per circa un anno.  Il testo l’ho intitolato F.M. K., lo sento mio ma devo moltissimo ad almeno dieci scrittori, escluso Céline.

Non so se questo lavoro faccia di me un autore/creatore, a dir la verità non mi preme molto. Quello che mi preme, in quanto teatrante, è farne uno spettacolo. So, alla fine, che mi è costato una bella fatica e il risultato è mio ma il materiale di partenza no.

Durante la lettura dei post su Giap in merito al caso di DL mi son tornati in mente alcune frasi di Deleuze che si trovano in ABCedario (ed. Derive Approdi):

Sport: Ci sono due tipi di grandi campioni, che per me non hanno lo stesso valore, quelli che creano e quelli che non creano. I non creatori sono quelli che portano uno stile esistente a una potenza ineguagliata, ad esempio Lendl non è in sostanza un creatore, per il tennis.  poi i grandi creatori (…) quelli che inventano nuovi colpi, che introducono nuove tattiche e su questo si precipita ogni genere di imitatore. Ma i grandi stilisti sono degli inventori anche sul piano dello sport…

Questo per dire che, penso, sia questa una delle cose che mi urta dell’attegiamento di DL il fatto che abbia tentato,  e tenti ancora, di passare per un creatore quando, fosse stato sincero con il pubblico, con i suoi sostenitori accaniti, con i lettori del blog, avrebbe dovuto dire: sono un “campione della satira”, ho i miei maestri e da loro ho appreso ciò che vi dico e dirò.