Un viaggio che non promettiamo breve – #WM1ViaggioNoTav.

E’ uscito pochi giorni fa in libreria Un viaggio che non promettiamo breve di Wu Ming 1, edito (coraggiosamente) dalla casa editrice Einaudi.

Un viaggio che non promettiamo breve è libro che aspetto di poter rileggere per intero, aspetto di poter tenere in mano il tomo e di potermi tuffare fra pagine di carta. Il corpo del libro racchiude il corpo del movimento notav, le sue lotte, i nomi delle persone che fanno il movimento, contiene i suoi venticinque splendidi anni. L’ho letto a pezzi, insieme ai compagni di Alpinismo Molotov, e voglio rileggerlo per poter mettere in prospettiva i fatti e gustare i salti narrativi, le analisi, i toni ora poetici, ora epici, senza dover aspettare.
So che eravamo tutte e tutti– di volta in volta – in attesa del prossimo pezzo, per vedere come poter contribuire, se era il caso di farlo. So che sentivamo – ogni volta – l’urgenza di collaborare a un progetto in cui ci siamo sentiti coinvolti, in un modo o nell’altro. Complici e solidali fin da subito, anche chi come me ha conosciuto la lotta NoTav pochi anni fa, lungo un viaggio che dura da venticinque anni. Io non c’ero ma avrei voluto esserci.

Perciò mi dichiaro complice e solidale.

In questi giorni sto leggendo Itaca per sempre di Luigi Malerba, il quale – nella nota finale – chiede se considerare Ulisse autore dei due poemi omerici non sia l’ipotesi più semplice e seducente. Dopo aver letto questa tesi mi sono detto che sì, non solo è l’ipotesi più semplice e seducente, ma – grazie a Un viaggio che non promettiamo breve di Wu Ming 1, si parva licet – abbiamo la prova che si può fare militanza e narrazione allo stesso tempo e insieme ai compagni di viaggio intessere un canto.
Un canto che possa – chissà? -aiutare, sostenere e illuminare il cammino di tutte le altre lotte. Questo libro ha molte voci, ha stile, questo libro è un libro necessario, è una pietra miliare per chi lotta, per chi scrive, per chi fa entrambe le cose. Questo è un canto di confine.

Wu Ming 1, Un viaggio che non promettiamo breve – 25 anni di lotte No Tav, ed. Einaudi Stile Libero Big.

Un viaggio che non promettiamo breve – #WM1ViaggioNoTav.

Torino – Firenze A/R [ prima pagina del racconto pubblicato su Lo straniero]

L’impressione che ho è che le città inizino ad assomigliarsi un po’ tutte, a partire dalle stazioni ferroviarie. Sarà forse perché una volta scesi dal treno ci si ritrova davanti bar, negozi e librerie che fanno parte di catene commerciali. Stessi marchi, stesse vetrine, stessi prodotti un po’ ovunque.
La tendenza è verso un modello commerciale che rende i centri delle città interscambiabili tra loro, nella sostanza.

La stazione di Porta Nuova a Torino si sta piegando lentamente, mese dopo mese, al diktat di diventare un centro commerciale da cui partono, quasi per abitudine, alcuni treni. Nei prossimi anni l’alta velocità verrà dirottata totalmente sulla nuova stazione di Porta Susa (all’ombra del grattacielo San Paolo) che, a differenza di Porta Nuova, non è una stazione di testa ma di passaggio, appunto. In stazione non si arriva più, al massimo si transita, come i treni, e bisogna farlo nel modo più veloce possibile, magari consumare caffè e brioche e prendere un giornale e poi via, fuori, a chiamare un taxi o saltare al volo su un’auto amica parcheggiata in divieto perché non ci sono parcheggi, non ci sono sale d’aspetto, da queste parti si transita e basta.
Compri qualcosa e vai via.
Marsch.

Verso Firenze.
Prendo la metropolitana torinese in Corso Marche e scendo alla fermata di Porta Nuova. Chissà perché mi colpisce ogni volta notare che ogni fermata della metro è uguale alla precedente e alla successiva, tutto uguale, tranne il nome. È così per ogni metropolitana del mondo, immagino, ma questa di Torino mi colpisce di più. È il sempre uguale che torna.
Arriva la mia fermata dopo una curva ampia, lunga, sotto la superficie di Torino. Prendo le scale mobili per raggiungere i binari della nuova “stazione da vivere”. La volta del salone d’accesso è invasa dalle impalcature, stanno rimodernando per darci la possibilità di vivere una nuova esperienza per il nostro shopping targato Expo2015.
I corridoi in direzione dei binari sono pieni di persone che vanno e vengono, sulle panchine un po’ di umanità notturna che lentamente apre gli occhi al nuovo giorno, si vede che alcuni di loro hanno passato la notte a dormire all’esterno dell’edificio. Oppure in giro, vai un po’ a sapere dove. Stanno lì e si guardano intorno, qualcuno legge un giornale.
Raggiungo i binari, sono in anticipo di circa mezz’ora e non è ancora stato assegnato nessun binario al treno AV 355… Torino Porta Nuova – Roma Centrale delle ore 8:30 che fermerà a Milano, Reggio Emilia, Bologna, Firenze, Roma.
Assegnano il binario al treno, seduto su una panchina rifletto sul senso di questo viaggio, sulla presentazione (del libro? Mia? Di cosa?), sulle tracce che lascio in giro e a ciò che raccontano. Raggiungo il binario sovrappensiero, un tipo con un borsello e una casacca rossa mi ferma, lo guardo senza capire.
– Biglietto signore!
Sulla casacca ha un distintivo con su scritto “sicurezza aziendale”.
– Prego?
– Il suo biglietto.
– Perché qua?
– Sono le nuove regole.
– Ecco il biglietto.
– Buon viaggio.
– Verrà ricontrollato a bordo?
– Sì.
– E che senso ha tutto ciò?
– Sicurezza.
– Di chi?

Alla fine è uno che sta lavorando, mi dico, vai avanti e non rompere il cazzo già di prima mattina. Però: che senso ha? Volessi salire su un treno di straforo non lo farei mica dall’accesso principale al binario. E se qualcuno volesse accompagnarmi fino alla carrozza potrebbe farlo?

Raggiungo la carrozza e il posto che mi hanno assegnato e mi immergo nella lettura de L’erba delle notti di Patrick Modiano, di tanto in tanto guardo fuori dal finestrino il paesaggio. Una leggera inquietudine non mi lascia viaggiare tranquillo.
La stazione di Milano Porta Garibaldi è semideserta, pochi passeggeri e i manifesti che danno il benvenuto ai visitatori dell’Expo2015 con slogan entusiasti e ottimisti sono proporzionalmente superiori ai visitatori. Occupano lo sguardo, lì fermi ad aspettare chi potrebbe arrivare.

E: Andiamocene.
V: Non si può.
E: Perché?
V: Stiamo aspettando Godot.
E: Sei sicuro che sia qui?
V: Cosa?
E: Che lo dobbiamo aspettare.

Il ritmo del treno mi culla, il paesaggio sfreccia al di là del finestrino a oltre 200km/h, per andare dove? Alberi si infrangono contro il vetro. Urla, polvere e vento freddo addosso, voci urlanti e il volto bagnato dalle lacrime, a quasi quarant’anni pesano ancora di più. Non si piange a questa età. Una vergogna che non si può dire. Il mondo si rovescia al ritmo di una batteria, l’incedere di un basso elettrico, una chitarra elettrica che traccia la melodia e una voce riempie lo spazio intessendo parole e suoni che rimbalzano fra sedili divelti e braccia impazzite. Guardo il mio mondo diventare nero. Lacrime ovunque, lacrime e sangue di ritorno da un paese devastato e vile. La testa crolla giù e la sensazione di vuoto mi fa aprire gli occhi su un corridoio sgombro. Il mio vicino mi guarda. Avrò dormito? Eppure non ho sognato.

[…]

[il resto lo trovate sulle pagine de Lo straniero (num. 184) insieme a materiale letterario di alto livello, e questo non può che farmi piacere. Buona lettura. http://lostraniero.net/ottobre-184 ]

Torino – Firenze A/R [ prima pagina del racconto pubblicato su Lo straniero]

#Diariodizona – Camioncino anticrisi

In fase di editing è normale – credo auspicabile – che alcune parti di un testo vengano tagliate via o riscritte.
Anche per il Diario di zona è andata così, la riscrittura è stata una fatica e alcune cose le ho buttate via senza problemi. Altre invece le ho tenute da parte, il motivo è semplice: mi piacevano e continuano a piacermi, nonostante trovassi giusto il consiglio di eliminarle dal manoscritto prima di mandarlo in stampa.
La poesia che segue l’ho scritta ascoltando un signore che vendeva la sua frutta, a bordo di un camioncino, nel quartiere di Mirafiori Sud a Torino. Rileggerla mi fa sorridere. Buona lettura.

Il camioncino anticrisi

Avvicinatevi signori,
meloni della Sicilia. Meloni di Pachino
di Montechiaro, spettacolari.
Spettacolari veramente.
Poche casse da servire,
i primi sono più fortunati,
avvicinatevi signori.
A prezzi di regalo
a quattro euro ‘a cassa,
a meno di cinquanta centesimi a chilo,
tre euro la cassa ‘e melanzane.
Venite a toccare con mano
spettacolari veramente.
A prezzo di regalo.
Prezzo, qualità, risparmio.
Li vendiamo a la metà
della metà del metà prezzo,
dolcissimo melone.
Vi fate prosciutto e melone
per i vostri piccinini,
venite a curiosare,
la curiosità non si paga.
Venite a assaggiare,
l’assaggio non si paga.
A prezzo di regalo.
Assaggio gratuìto…
Oh, Pino!, dacci una cassa alla signora.

#Diariodizona – Camioncino anticrisi

Diario di Zona, otto pagine.

La scrittura della nona pagina è terminata.
Ora si tratta di leggere, rileggere, correggere, riscrivere, scegliere la foto e pubblicare.

I giorni di vacanza che ho dal lavoro di letturista sono iniziati e li dedicherò alla scrittura delle restanti pagine. Non ho idea di quante ce ne saranno ancora. Ho tre quaderni di appunti e spero di cavarne fuori qualcosa di buono. Vedremo.

Se a qualcuno interessa a questo link si trovano le pagine scritte finora e pubblicate su Satyrikon.

Buona lettura e grazie!

Diario di Zona, otto pagine.

Territori

Suono a brutto citofono

chiedo permesso

‘posso entrare per…?’

parole vomitate metalliche in risposta,

un suono secco e son dentro.

Mi porto dietro la fedele 2 ruote.

Attraverso un cortile assolato,

incrocio un tizio Tarchiato Rasato Tatuato

uno sguardo di pietra mi sfiora,

sento un disagio cupo

credo sia stanchezza

tiro dritto verso al figura di vecchio sul fondo

fermo sulla porta del Basso a destra.

Il Vecchio vomita parole confuse e

gesti ampi da terrone,

ha un solo incisivo in bocca.

L’unica via è scendere dalla scala a sinistra

5 metri sotto terra

tornare indietro verso l’androne,

trenta metri di cortile

fare il lavoro e tornare indietro.

Mi arriva l’immagine di una cantina devastata, come tante.

Appoggio la fedele 2 ruote al muro

accanto alla porta della cantina

non la lego,

torna il disagio la stanchezza

sostenuta dal tanfo di terra umida.

Vado giù, percorro i corridoi,

compio svolte, supero porte sfondate.

La luce della torcia elettrica

è la mia isola di calma

fischio il ritornello che ho scelto

per quest’altro giorno di fatica

quasi alla fine.

Andata e ritorno forse 3 minuti.

 

Torno su, respiro,

la 2 ruote è svanita.

Il vuoto mi esplode dentro

cerco il vecchio che dice

“è chinu e bastardi, è chinu e strhanìeri ccà” ,

vero italiano del 150°.

 

Cerco e bestemmio e non credo,

non ti credo Vecchio

e te lo dico

e non servono i tuoi gesti

ho capito

che la 2 ruote è ancora qui dentro

che forse è uno scherzo balordo

che non c’è cazzo

che sei stato tu

e il Tizio Tarchiato Tatuato

come un pittbull mi è addosso

mano in faccia

“checomecazzotipermetti?minchia

miopadrechehasemprelavorato?

chehasemprelavoratoetudicicherubba?

ammiopadrechecomecazzotipermetti?”

Li blocco come posso,

non mi faccio toccare,

e so che potrei entrare nella merda

in un attimo sarebbero pugni e calci e

mi vedo col palanchino spaccare la faccia

al Vecchio e al Tarchiato Tatuato,

spaccargli le ossa.

Mi vedo e parlo

gli punto gli occhi addosso, controllo la voce

parlo e mi allontano piano

e tengo gli occhi sui loro visi

e tengo a bada la mia paura,

le urla che dentro mi dicono di ammazzarli.

Di fare qualcosa, di fargli male.

Fuori dal cortile,

per strada ombre

ci passano accanto,

arriva un terzo in bmw, sembra un film,

accosta e rutta un

“ci sono problemi?”

il Tarchiato Tatuato sorride.

Ti denuncio dice il Vecchio.

 

Mi allontano, lucido, sconfitto,

non tremo neppure,

mi chiedo perché questo.

Non mi è servito a niente:

non ho più la 2 ruote

il Tarchiato Tatuato mi ha *toccato* la guancia,

mi è rimasto nelle orecchie il

“checazzomenefotteammèchetucilavori?

checazzomenefotteeh?”

e mi sento una pezza,

aver evitato la rissa non mi fa sentir meglio

e cosa avrebbe fatto Philip Lacroix?

mi chiedo,

Cosa?

 

il ritornello è tratto da http://youtu.be/fjWlIWf9bfA.

 

 

Territori

Non c’è niente

Non c’è niente.

Posso star fermo

a guardare e non

c’è pensiero di…

non c’è niente.

Come essere morti.

E se arrivasse giù

una bomba da sù

dal fottuto cielo,

cosa saprei fare?

Se mi trovassi

sbattuto in aria

coperto di terra

e sangue e merda di

qualcuno finito male,

cosa saprei fare?

E se continuasse

e continuasse a esplodere

questa terra in giro

e con muscoli rotti

e orecchie sanguinanti

cosa farei?

Col mondo che viene giù

cerca di entrarti dentro

e il suono ti assorbe,

cosa faresti?

E se a morire con

la pancia aperta da

una scheggia fossi io

Cosa penserei?

fra le lacrime il sangue la merda

della mia vita

fra polvere e urla

e sto cielo in fiamme

sta vita che si chiude

lontano da tutti

in mezzo al niente,

cosa farei di buono?

Cosa ci sarebbe da fare?

Se mi svegliassi e fosse

tutta un’ipotesi umana

concreta folle umana,

cosa deciderei di fare?

Prima che qualche stronzo lo faccia davvero,

cosa faccio?

Cosa voglio fare?

Non c’è niente