Morti sul lavoro

Quanto segue è quello che ho scritto tra ieri pomeriggio — appena sono arrivato nel ristorante in cui lavoro — e ieri notte stessa dopo aver fatto una doccia e capito che, prima di andare a dormire, avrei dovuto far pace — in un qualche modo — con quello che era successo.

Oggi pomeriggio, a poche decine di metri da dove lavoro, è venuta giù — da quel che abbiamo capito — un’impalcatura nell‘interno cortile di un palazzo alto sei piani. È venuta giù un’intera impalcatura, con un „carico di cemento liquido“ — non si sa quanti quintali o tonnellate — travolgendo non si sa di preciso quante persone. La strada ora è bloccata, ho contato almeno dieci volanti della polizia, tre autobotti, un’autoscala e almeno altri nove mezzi dei vigili del fuoco, quattro ambulanze e una macchina delle Wiener Linien. Tutto intorno pesa un silenzio da non credere. Per poter superare la barriera tirata su dalla polizia ho dovuto dire dove di preciso stavo andando a lavorare e solo quando si è assicurato della cosa il poliziotto mi ha fatto passare. Poco oltre l’ingresso del ristorante c‘è una seconda transenna che blocca del tutto l‘accesso alla zona, passano solo le persone che abitano nel palazzo di fronte a quello nel cui cortile è successo l’incidente e chi deve andare in farmacia, tutti gli altri devono fare il giro dell‘isolato.

Lì, dietro la facciata del palazzo — che avevo fotografato giorni addietro, guardando la scultura in legno composta da un groviglio di attrezzi di lavoro da un martello a una sega, una morsa, chiodi, bulloni, secchio, spatola e cacciavite… (la guardo ancora la scultura, dall‘angolo dietro cui mi sono messo per ripararmi dal vento…) — lì dietro è successa una catastrofe, qualcosa che non doveva succedere. Soprattutto a chi era lì a lavorare. Mi arriva voce che stanno ancora cercando le persone che sono sotto le macerie, da questa parte della strada possiamo solo immaginare. Guardiamo i vigili darsi il cambio, le divise impolverate di chi esce, il cane che viene portato al guinzaglio dalla donna vigile del fuoco all‘interno del cortile… Mi dicono — e una parte di me spera si sbaglino — che stanno ancora cercando le persone che sarebbero rimaste vittime del crollo. Ma basta mettere insieme i pochi elementi che si hanno davanti agli occhi per capire che lì dietro la situazione è grave. Se hanno dovuto far arrivare almeno cinquanta vigili del fuoco e portare anche l’unità cinofila per recuperare i corpi, lì dietro sarà venuto giù il mondo addosso alle persone che stavano lavorando nel cantiere. Mi metto a osservare il via vai dei poliziotti, sulla schiena dei giubbotti hanno segnate le squadre di appartenenza, davanti mi passano quattro della “sezione crimini”, uno della sezione “stampa” e uno della sezione “social media”, poco lontano anche un vigile ha stampato sul retro della giacca che è della “stampa”. Guardo i vigili che sono appena usciti dal portone del palazzo, sono pieni di polvere, si sfilano i caschi e vanno da un collega pronto a spruzzargli addosso, dal ginocchio in giù fin sugli scarponi, un potente getto d’acqua. Sul momento mi chiedo il perché, poi mi dico che forse è per il cemento. Guardo le loro espressioni e sono ferme, decise, non traspare niente. Torno nel ristorante, “che facciamo?” mi chiedono i colleghi. “Chiudiamo, che vogliamo fare?” mi sento rispondere. Una di loro mi dice che il padrone del ristorante ha chiamato e detto che “non dovrebbe essere niente di grave”, che “abbiamo persone che hanno prenotato” e quindi si tiene aperto. Guardo gli altri ristoranti sulla strada, le luci sono accese. Avranno prenotazioni anche loro, immagino. I negozi ospitati nel piano terra del palazzo sono chiusi, nel ristorante di fronte al palazzo — all’interno della zona completamente chiusa dal cordone della polizia — le luci sono accese ma vedo che sono fermi. Solo una donna è seduta su una sedia nel dehor, ha davanti una tazza, mi pare, davanti a lei sta accovacciata una poliziotta. Entro in sala, vado nel nostro camerino per cambiarmi e tornato in sala vedo che in un tavolino si sono sedute due persone per mangiare. A me non piace per un cazzo questa situazione, ma la macchina si è già messa in moto. So che stiamo lavorando con non si sa quante persone morte a poche decine di metri. Se non ci ferma neanche questo, dei morti sul lavoro qui accanto, cosa ci ferma? In generale, mi chiedo, cosa deve succedere per fermarsi un momento? Anche con una guerra in corso da quattro anni, poco distante dall’Austria, non succede niente. Con il massacro in corso da due anni a Gaza, niente. Una guerra d’aggressione contro l’Iran, niente. Guardo ogni giorno le persone che vivono la loro vita, apparentemente senza fare una piega. Spero di sbagliare. E anche oggi — ora —, con un incidente che già i giornali online definiscono “catastrofe”, niente. Mi chiedo davvero cosa deve succedere, forse dobbiamo morire *noi*, per fermarci, altrimenti non so. Si ferma il tempo per noi, si ferma il senso. Succede qualcosa per *noi*, ma per gli altri pare che non accada niente. Si è già passati, al massimo una notizia sul giornale. Due righe sui social media. Gli ufficiali addetti sono già all’opera. Li vedo qua davanti nelle loro divise che certificano il loro essere ufficiali delle notizie, piegati sui loro tablet. Al tavolo arrivano due bicchieri di vino, dopo una ventina di minuti (il forno doveva tornare in temperatura) anche le pizze. I mezzi più grandi dei vigili iniziano a spostarsi lentamente e dopo qualche minuto sono andati via, restano i mezzi più piccoli, ma sono comunque un bel numero. La strada resta chiusa. Nell’articolo recuperato in rete da una collega scrivono che i morti sono quattro, diversi i feriti, di cui uno molto grave. Le ricerche continuano. Non riesco a non pensare che sono morte persone che stavano lavorando. Stavano facendo il loro lavoro e sono morte sotto una massa di ferro e cemento. Guardo il poco via vai sul marciapiede, per strada si sono raggruppati tutti i vigili, si levano i caschi, ne conto una sessantina. Si stanno sistemando, ripulendo, qualcuno di loro parla, ma in generale l’atmosfera è carica di silenzio. Rispetto alla massa di mezzi e persone indaffarate non c’è quasi rumore. I nostri unici clienti hanno mangiato e sono andati via. Ripulisco il tavolo e riapparecchio. Scrivo un messaggio nella chat del locale, quella in cui ci siamo tutte e tutti. Scrivo che, da quanto ci dicono, la strada è chiusa e lo resterà ancora per un bel pezzo. Che l’atmosfera intorno è giustamente lugubre, sono morte delle persone. Persone che magari abbiamo visto camminare sull’impalcatura che ricopre la facciata del palazzo, oppure davanti al cantiere. Che sono morte persone che stavano lavorando e che nessuno dovrebbe morire perché sta lavorando. Scrivo ancora che noi siamo pronti, che lavoreremo in modo professionale, dovesse mai arrivare qualcuno per mangiare, ma che ci sia qualcosa che non funziona, che non va per niente bene, che non è giusto — anzi è sbagliato, aggiungo ora — è abbastanza evidente. È successo qualcosa di grave, ho scritto. Ma non ho scritto — e ho lasciato implicita la cosa — che noi stiamo qua a lavorare. Una frase di Gilles Deleuze mi torna in mente, all’improvviso, la ricordo a memoria. Dice che quotidianamente incontriamo eventi, anche microscopici, che ci fanno provare vergogna di essere “un uomo”, e che se non si prova questa vergogna non c’è ragione di fare dell’arte. Dice ancora nell’intervista Deleuze che sia la filosofia che l’arte hanno in comune la capacità di resistere la prima alla stupidità, la seconda alla volgarità delle persone. Ecco, mi dico, è questo: la stupidità e la volgarità. Ed è questa vergogna qua che bisogna provare davanti a queste morti sul lavoro. Per non parlare delle altre, di tutte le altre morti di cui dicevo prima. Torno fuori, il vento è diventato ancora più freddo, torno al mio posto d’osservazione. La donna è sempre seduta lì fuori, adesso c’è un’altra persona con lei. Non capisco chi sia. Guardo la strada che inizia a svuotarsi dai mezzi dei vigili e della polizia. Torno a guardare il palazzo. Dietro questa facciata che conosco, dietro la scultura con gli attrezzi da lavoro, sono morte delle persone. E davanti alla facciata del palazzo, noi vivi, sì, ci dovremmo vergognare.

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